Il rapporto tra soggetto ed oggetto (Ricerca di una base all’esistenzialità ad uso del soggetto)

Unicità del soggetto

Se partiamo dal quesito posto da Sartre, “che differenza c’è tra un uomo ed un tagliacarte”, direi che bisogna precisare  se l’uomo a cui si fa riferimento sono io o qualcun altro.

Nel primo caso possiamo dire che il tagliacarte è un oggetto ed io sono un soggetto. Nel secondo caso sia il tagliacarte che l’uomo hanno un elemento in comune: sono due oggetti, per me che li guardo, che li sento e che li giudico. E rimangono tali anche se uno dei due (l’uomo) “all’inizio non è niente, sarà solo in seguito”.

Il fatto che uno dei due avrà una sua evoluzione non lo sottrae a questa definizione, l’uomo in questo caso non è diverso da altri oggetti che hanno in sé i germi di uno sviluppo (piante, animali, al limite anche il tagliacarte).

Ed in quanto oggetto è sottoposto alla possibilità di essere analizzato e usato, come ogni altro oggetto, da parte di ogni soggetto; conoscenza e uso che invece non si può applicare al “me” fintanto che io mi sento soggetto.

Il problema diventa quindi tra me (soggetto) e gli altri e, più in generale, tra me ed il mondo fuori di me e quanto gli altri siano per me  degli oggetti o quanto io sia disposto a considerarli dei soggetti. E tra me e me stesso e quanto io sia disposto a rinunciare al mio senso di soggetto, identificandomi nelle mie componenti biologiche, considerandole come un’oggettualità altra da me da studiare e modificare e da cui dipendere come succede con la conoscenza scientifica.

In termini generali, per definizione, posso solo ammettere che l’unico soggetto sono io e soltanto in quanto soggetto posso vivere il momento esistenziale e la relativa percezione esistenziale del mio sé.

E possiamo solo ammettere che la soggettività, che noi attribuiamo agli altri, può tendere ad essere assimilata alla nostra ma, su un piano teorico, gli altri restano nella categoria di oggetti e lo sono anche su un piano pratico tutte quelle volte in cui il soggetto usa gli altri per delle proprie necessità.

Il senso del meglio

Una cosa certa che possiamo attribuire al soggetto è che questo ha in sé una categoria mentale, che possiamo chiamare biologica e/o innata che lo porta a valutare e scegliere consciamente o meno quello che per lui è meglio e che è la premessa per ogni suo comportamento e per la sua possibilità di esistere.

Forse possiamo dire che, data l’esistenza del soggetto, da un punto di vista esistenziale l’unico vero “a priori” è: il meglio è meglio”, il che non è una tautologia, ma un assioma biologico/esistenziale che indica un meccanismo di valutazione e di scelta operativa del soggetto, conscio o inconscio, a livello psicologico o biochimico, e quindi a livello dell’individuo nel suo insieme come sistema, meccanismo e principio unidirezionale immutabile e imprescindibile da cui il soggetto non può sottrarsi in nessun momento della sua esistenza.

Questo “a priori” esistenziale è una legge data nel soggetto, di cui è inconcepibile pensare il contrario, né attuare il contrario in alcuna sua forma. E’ una legge che, insita nel soggetto, ne dimostra l’esistenza e la sua “a priorità” rispetto a qualunque altra “cosa” e ne rappresenta la sua definizione come elemento attivo e che non può essere che tale. Sul piano esistenziale, il concetto di attività, è l’elemento ineliminabile dal concetto di “se stesso come esistente” e, sul piano pratico, è la spinta essenziale per continuare ad esistere nei confronti del mondo esterno ed è stata la condizione essenziale del processo  primordiale ed evolutivo della vita.

Pensare il contrario della scelta del “meglio” è quindi un assurdo, così come assurdo è pensare la non esistenza del sé come soggetto, poiché andrebbe contro il principio di identità.

La “non esistenza”, invece, è un concetto che si può applicare solo all’oggetto.

 

Ora, se riconosciamo che il soggetto per esistere deve vivere, deve cioè sia sentire il mondo esterno a lui e sentire sé stesso, dobbiamo anche riconoscere che per far ciò egli deve usare le funzioni di cui è composto in quanto sono esse che gli consentono le emozioni e la sensazione delle emozioni, cioè le sensazioni di quello che sta “fuori” e che sta “dentro” di lui: in altre parole sono esse che gli consentono di essere vivo.

Per cui, dal momento che non possiamo non affermare l’esistenza del soggetto come premessa di qualunque cosa inclusi questi ragionamenti, dobbiamo anche riconoscere che l’attività e lo sviluppo delle sue funzioni, essendo la condizione necessaria della sua esistenza, è meglio del suo contrario.

Per cui dalla premessa dell’esistenza del soggetto e che il meglio è meglio, deriva il suo corollario esistenziale che “vivere è meglio di morire”.

Quello a cui mirano i ragionamenti che seguono è lo sviluppo di queste premesse tentando di applicarle alle varie modalità della vita.

L’obiettivo è di tener presente, nelle varie circostanze, un punto di riferimento il più possibile logico da cui possano derivare delle scelte coerenti con esso, cercando di evitare l’affiorare continuo del dubbio e dell’incertezza che, facendo perdere al soggetto il senso del suo valore, bloccano le sue energie portandolo alla depressione e alla mancanza di vitalità.

Quanto sopra chiude anche la porta alla morale come valore ontologico esterno al soggetto a cui il soggetto debba riferirsi per le sue scelte, ma almeno definisce che “il meglio” è il settore in cui cercare una soluzione e che la valutazione di un oggetto rispetto ad altri oggetti, è una scelta del soggetto in funzione a dei suoi bisogni, fisici o psichici,  che sono la sintesi della sua natura e della sua passata esperienza. Ed infatti se la morale esistesse come valore in sè, al di fuori del soggetto, negherebbe al soggetto il valore fondante della sua valutazione. Morale che va invece intesa come “ricerca soggettiva del meglio”, cioè come ricerca e valutazione delle motivazioni “migliori” all’interno del soggetto. Ed è questo che cerco di affrontare.

In questa ottica è difficile ipotizzare un principio del male opposto al principio del bene. Il principio è sempre e soltanto il principio del meglio per il soggetto che agisce, altrimenti non ci sarebbe stata l’evoluzione.

Anche i conflitti e le sofferenze sono sempre l’espressione di forze che si muovono per il loro “meglio”, che urtano quindi contro altre forze che lottano anch’esse per il loro “meglio”, dando evidentemente una definizione negativa al “meglio” dell’altro quando l’altro è il loro antagonista.

Ed anche fare del male a sé stessi è sempre la risultante di una reazione ad una situazione negativa, ma che in quel momento viene ritenuta la scelta migliore.

Su un piano astratto, ontologico, non c’è nessuna ragione per dire che una valutazione o un comportamento sia più valido di un altro. Non c’è nessuna ragione per dire che è meglio considerare un altro uomo come fine invece che come mezzo.

Quello che si può fare è cercare di capire cosa è meglio per il soggetto che, in quanto soggetto, è il metro dei suoi valori tenendo conto che tutto quello che tende a ridurre il senso del valore della propria soggettività va in senso contrario alla definizione stessa di soggetto sia in termini teorici (concetto di soggetto), sia in termini pratici (concetto del meglio).

Per cui concepire e sentire il soggetto come la semplice somma di componenti fisico/biologici, cioè di oggetti, è, su un piano strettamente teorico, una contraddizione, perché egli per definizione è la premessa per la valutazione o l’analisi delle sue componenti. Concepire il soggetto come l’insieme delle sue componenti oggettive tende, invece, a far perdere al soggetto la sensazione di essere tale, disgregando dentro di sè l’idea di essere la premessa delle sue sensazioni e quindi disgregando il senso del suo proprio valore, il che è una tendenza al suo annullamento esistenziale.

Si vuole quindi qui dimostrare come la tendenza nelle nostre scelte a considerare quello che ci sta intorno come oggetti da usare, tendenza che noi chiamiamo “oggettualità”, invece della tendenza opposta di considerare quello che ci sta intorno come soggetti con cui relazionarsi emotivamente e che noi chiamiamo “soggettualità”, porti oltre un certo limite ad un impoverimento emotivo del soggetto, e cioè una perdita di vantaggio e cerchiamo di dimostrare come questo porti di conseguenza ad un impoverimento e ad una distruzione di quello che ci sta intorno.

Cercheremo anche di dimostrare che l’oggettività tende a risolvere le necessità che il soggetto sente utili per sé, ma gli impedisce il vantaggio della creatività e della relazionalità con gli altri.

Per cui nelle considerazioni che seguono non si fa riferimento a nessuna legge e a nessuna morale a cui il soggetto debba obbedire, ma solo ad un ragionamento soggettivo e ad una valutazione interiore.

 

Ora si potrebbe supporre che il principio del “meglio” sia un principio meramente utilitarista.

Sul piano teorico lo è, ma solo se considerato dal punto di vista della oggettualità dell’utile, dove cioè il soggetto guarda se stesso come oggetto, analizza e valuta quello che ritiene meglio per lui. Ma questo non vale nel comportamento emotivo del soggetto, né nell’etica, né del senso del “bello”, né in quello che normalmente viene chiamato “altruismo” o nei valori esistenziali in genere. In verità il principio del “meglio” è solo la base teorica e razionale dell’azione, così come il concetto teorico di soggetto in quanto soggetto “unico” è solo la base teorica dell’esistenzialità.

Ma sapere che il nostro “meglio” è la premessa delle nostre azioni, non significa necessariamente che noi agiamo verso il meglio solo perché noi le scegliamo consapevolmente per una nostra utilità. Infatti, mentre scegliere consapevolmente e razionalmente è un atto che rientra nella categoria dell’utile, dell’analisi o dell’oggettuale, invece l’agire mossi dalle emozioni rientra nella categoria del sintetico, della sensazione solistica, cioè della soggettività esistenziale.

Quando il soggetto riesce a soggettualizzare la realtà che gli sta intorno, egli sente, egli agisce, senza calcolare, per lui la realtà è un fine, il meglio diventa inconscio, cioè intuitivo.

Quando invece considera la realtà come oggetto, egli calcola, egli agisce senza sentire un legame emotivo con quella realtà, per lui la realtà è un mezzo: il meglio diventa il risultato di un’analisi razionale.

Sono le due modalità dell’azione (emotiva o razionale) e le due modalità del concepire la realtà esterna (come soggetto o come oggetto).

Quando il soggetto soggettualizza la realtà, cioè prova emozioni e sentimenti, la sente parte del suo sé. Egli la considera implicitamente come qualcosa che ha in lui il suo valore e che ha in lui la ragione per essere potenziata e tenuta in vita, la considera fine a se stessa. E lo stesso succede nel rapporto con gli altri individui.

Il momento esistenziale soggettuale consente l’affermazione di valori emotivi etici ed estetici in quanto valori in sé del soggetto e che sono tali perché il soggetto non se ne chiede il motivo, ma riconosce soltanto il valore assoluto e fondante del proprio sentire.

Se vogliamo dei valori esistenziali soggettuali, se vogliamo sentire il momento non relativo, dobbiamo dire che una cosa è bella perché è bella, al limite possiamo dire che è bella perché ci piace, ma non possiamo dire che è bella perché attiva in noi i neuroni del piacere.

Per cui la critica estetica o etica, può avvenire solo usando giudizi estetici o etici. Se si usano giudizi di utilità o analisi scientifiche, si va nel campo dell’economia che è il campo dell’arricchimento oggettuale e non è quello dell’arricchimento esistenziale.

Nel legame emotivo, quando io sento, vuol dire che sento un valore che è valido per il fatto di sentirlo senza una finalità. Io sento perché sento, non sento per una ragione o per un motivo diverso dal sentire.

Identificazione negli altri, soggettività degli altri, soggettualità.

Quello che succede generalmente in noi è un processo per il quale, nella relazione con gli altri ed in generale con il mondo circostante, noi consideriamo gli altri e il mondo attraverso una scala di valori che varia tra due estremi: da una parte li possiamo considerare come semplici oggetti, dall’altra soggetti; li consideriamo oggetti quando noi li usiamo (o li studiamo, come nel caso della scienza), li consideriamo invece soggetti quando li identifichiamo con noi stessi, sentendoli come soggetti uguali a noi, cioè quando noi proviamo verso di loro dei sentimenti e delle emozioni.

Proprio il riconoscere all’altro una sua capacità soggettiva e non solo una sua oggettività passiva, cioè il dargli una personalità capace di intendere, sentire ed agire, è il processo verso l’altro che chiamo appunto “soggettualità” che consente a noi di vivere con lui una relazione affettiva ed emotiva e che quindi ci spinge a dargli un valore ed a considerarlo come fine e non semplicemente come mezzo e che ci spinge ad inserirlo in un parametro concettuale che è la premessa per farlo vivere, per conservarlo e non solo per usarlo. E quindi siamo spinti a sentire che il suo benessere e la sua vita è necessaria affinché noi possiamo relazionarci emotivamente con lui. E’ la sua vita e la sua vitalità che attraverso la relazione con noi dà valore alla nostra.

Invece la preferenza verso un rapporto in cui si considera l’altro come oggetto necessario per una utilità specifica, mentre da una parte consente il raggiungimento consapevole dei bisogni, dall’altra non consente l’investimento relazionale ed emotivo del soggetto con l’altro sentito come soggetto e quindi, sul piano dell’esperienza esistenziale, è meno arricchente, meno soddisfacente.

Quando il soggetto considera gli altri uomini soltanto come strumenti o mezzi, egli rinuncia a tutte le altre possibili relazionalità emotive e quindi oltre un certo limite non fa che immiserire se stesso.

E questa è una delle ragioni per cui l’interpretazione affettiva e soggettuale dell’altro e del mondo circostante ha dei valori che invece non ha la sua interpretazione oggettuale utilitaristica.

Riconoscere la soggettività dell’altro, vuol dire sentire che l’altro è capace di vita autonoma, di essere un soggetto di azioni, pensieri, emozioni dotato di una creatività autonoma che egli trasmette e che ci consente di viverla con lui e per questo va rispettato ed alimentato. In questo modo l’altro diventa creatore di sue forme e modi di essere diversi dal nostro e diversi da quelli che possiamo da soli immaginare e che si aggiungono alle nostre stimolandole e creando in noi una sintesi nuova.

Queste forme di vita diverse dalla nostra sono essenziali per la nostra vita, poiché creano vita intorno a noi, cioè creano le condizioni per l’attivazione delle nostre emozioni e delle nostre funzioni biologiche, senza le quali non esisteremmo.

Senza la soggettività del mondo, che porta novità e attività alle nostre funzioni, la nostra soggettività in assenza di stimoli si appiattirebbe, tenderebbe ad una, a forme tendenzialmente meno complesse ed alla fine perdendo la sua vitalità, perderebbe la vita.

Le nostre funzioni, o meglio, la loro funzionalità e la sensazione di esse sono la premessa ed il mezzo attraverso il quale il soggetto prende atto della propria esistenza. Dove il soggetto, proprio perché sente, si sente soggetto.

D’altra parte le funzioni senza una relazione con l’altro, diverso dal soggetto, non potrebbero essere attivate. E’ solo nella loro relazionalità con il mondo esterno al soggetto ed in particolare con gli altri  sentiti come soggetti attivi, che esse esplicano la loro funzionalità, la loro reattività e la loro ragione d’essere.

La premessa per il loro sviluppo è quindi proprio la complessità e la diversità del mondo esterno che esse utilizzano e con la quale esse si interfacciano. E’ la molteplicità delle caratteristiche del mondo esterno che, stimolano lo sviluppo della funzionalità del soggetto, nelle sue forme più svariate. Tale molteplicità rappresenta il mezzo del suo arricchimento esperienziale e quindi del senso della sua soggettività. Ed è per questo che la varietà del mondo esterno diventa un valore.

Questa necessità intuitiva di relazionarsi con gli altri, cioè di sentire che gli altri hanno un valore in quanto soggetti, dotati anche loro di funzioni e di emozioni, non è solo una prerogativa dell’uomo. La troviamo in tutti gli esseri viventi, animali e piante comprese, poichè è una condizione della vita. E’ un dato della esistenza biologica, è un meccanismo del sistema nervoso nostro e di quello di tutti gli esseri viventi perché siano tali. Questo bisogno di relazionarsi è quindi un valore per il soggetto, per qualunque soggetto, come un valore sono quindi per lui tutte le sue funzioni fisiche, mentali, affettive poiché gli portano una varietà emotiva ed esperienziale ed una sua crescita.

Per cui, l’incontro tra varie soggettività, il loro dialogo funzionale ed emotivo, è l’incontro di momenti espressivi di vita che stimolano la vitalità e la vita reciproca. Dove vita e vitalità coincidono: “vita” come concetto oggettivo e razionale e “vitalità” come sensazione soggettiva, entrambi premesse, l’una sul piano logico e l’altra sul piano emotivo, del concetto di soggetto a sua volta premessa di tutto, per cui anche sul piano razionale si può concludere che la vita è meglio della morte. Da cui l’importanza della diversità e della biodiversità, con conseguente varietà di sensazioni, di incontri, di colori, di sapori, di combinazioni, di rapporti, di persone, di piante, di paesaggi, oggetti, culture…Varietà infinite di tutto questo, elemento stimolante,dove siamo noi ad identificarne e a recepirne le infinite gamme, se lo vogliamo, se siamo cioè aperti e disponibili al rapporto soggettuale, cioè al rapporto emotivo.

D’altra parte questo meccanismo della soggettualità è la premessa del concetto di sistema e del concetto di “comune” o di “comunità”.

La rappresentazione dell’altro come soggetto presuppone una reciprocità di riconoscimento dell’obiettivo comune per l’espletamento delle funzioni di entrambi, cioè della loro vitalità. Rappresenta quindi un sistema.

Senza il concetto di “comune” non esisterebbe il concetto di “soggettuale”, ma esisterebbe solo quello di “oggettuale”, cioè verrebbe meno la possibilità di relazionarsi con l’altro su un piano emotivo e quindi verrebbe meno lo stimolo al soggetto per attivare le proprie funzioni e per sentirsi soggetto.

Il concetto di “comune” non è soltanto un concetto razionale ma è un concetto emotivo, la finalità comune è una finalità sentita emotivamente dai soggetti che si relazionano tra di loro. Se la finalità non fosse emotiva ma razionale, il soggetto rimarrebbe individuo e non avremmo un sistema, ma eventualmente un aggregato, dove ogni soggetto agirebbe per una propria necessità specifica che egli non sentirebbe comune.

Ogni individuo avrebbe una tendenza centrifuga rispetto agli altri e sarebbe isolato da loro. Un insieme di individui mossi solo dalla loro razionalità, quindi dal concetto di utile, tende ad utilizzare l’altro per le proprie finalità, quindi a distruggere nell’altro la possibilità di essere soggetto. L’emozione reciproca dei soggetti, sul piano del concetto di soggettività reciproca è l’incontro biologico iniziale e più profondo della vita e della crescita.

E’ un valore “etico” senza il quale l’evoluzione non sarebbe esistita.

Ogni valore etico, su un piano razionale, può essere spiegato come un valore pratico, ma dal momento che il concetto etico di “comune” sul piano soggettivo ed esistenziale è la premessa dell’esistenza del soggetto, questi deve sentirlo come un valore assoluto se vuole sentirsi esistente.

Il che porta anche a concludere che il senso di etica, di soggettualità e di partecipazione alla “comunità”, è quello che dà maggiore soddisfazione al soggetto, in quanto soddisfa il suo bisogno primario di sentirsi legato all’esistenza dell’altro.

Nel momento in cui questa emozione si ferma, cioè si restringe il senso di comunità, o si restringe la comunità per la quale si è disposti a sentire questa emozione, ci si trova di fronte alla necessità dell’analisi e dell’utile, si sente di dover lottare da soli, si apre intorno a noi la giungla dell’Homo Homini-lupus, che pur essendo un dato ineliminabile della realtà,  vale la pena ridurre.

Cioè, nel concetto di comunità la sensazione della condivisione dell’obiettivo viene data per acquisita senza bisogno di spiegazioni e si accetta emotivamente di avere gli stessi obiettivi di tutti quelli che sentono come noi.

Finchè il soggetto ragiona, analizza, egli si pone fuori dall’altro: egli lavora per sé; in questa fase non c’è ancora la sensazione della condivisione.

Il sentimento trasferisce invece la convinzione dalla razionalità all’inconscio, dove il risultato dell’esperienza diventa parte dei valori del soggetto, dove non c’è più posto per il dubbio, dove ogni ulteriore analisi diventa inutile e quindi si apre la porta all’energia che, avendo davanti a sé una strada chiara e convinta, può esprimersi con tutta la sua forza e porta quindi l’emozione e la gioia come premio di una funziona vitale.

Finchè c’è la razionalità non ci sono “valori”, ci sono solo bisogni: il soggetto continua a muoversi per sé, cioè sul piano dell’isolamento.

Egli continua a non far parte del sistema.

Sentire che l’altro prova le nostre stesse emozioni consente quindi di sentirsi uniti ed è quindi la premessa di un sistema vivente e di un sistema potenzialmente gioioso. Né possiamo immaginare un soggetto vivo senza la sua partecipazione ad un sistema, visto che il soggetto è dotato di funzioni, cioè di relazioni che lo legano agli altri e che come dicevamo sono la premessa della sua esistenza ed è per questo che sono essenziali i valori dell’etica e dell’estetica (v. Cap. etica e v. cap. estetica)..

Per cui tanto più il soggetto sente la relazione con quello che gli sta intorno, tanto più egli è inserito nel sistema, e quindi collaborando con il sistema diventa una componente dello sviluppo del sistema. Mentre tanto più il soggetto stabilisce con quello che gli sta intorno un rapporto razionale, tanto più egli si pone al di fuori del sistema che egli analizza, perseguendo dei propri fini che prescindono da quelli del sistema, tendendo quindi a sentire quel sistema come oggetto e non come soggetto.

Analisi, utile, oggettualità, razionalità sono tutte facce dello stesso fenomeno: l’isolamento del soggetto, che deve essere capace di essere solo nel momento delle difficoltà per dedicare le sue energie all’obiettivo, ma che non ha nessuna utilità a prolungare tale isolamento al di là delle sue reali necessità.

Nel rapporto utilitaristico, o oggettuale, o analitico, noi blocchiamo il legame emotivo e trattiamo l’altro come oggetto definito da una nostra necessità specifica che ci fa cogliere nell’altro in quel momento la caratteristica a noi necessaria.

L’utile è quindi necessario per la nostra sicurezza. ed essa è la premessa della nostra esistenza, solo quando ci sentiamo sicuri possiamo sentire i valori della soggettualità e possiamo pensare a creare, slanciandoci in un mondo di emozioni dove noi possiamo sentire senza calcolare (v. creatività).

Dal momento che l’”utile” è il motivo che ci porta a considerare l’altro come oggetto e quindi ad usarlo per risolvere una nostra necessità, è vero anche che sentire l’altro come oggetto ci dà sicurezza perché ci dà la sensazione  di avere un mezzo per risolvere i nostri problemi. E forse è per questo che nei momenti di crisi il soggetto nella sua insicurezza preferisce trattare gli altri come oggetti fino anche ad esprimere  verso di loro odio e crudeltà o ad esercitare su di esso il suo controllo.

Tanto più c’è la necessità di controllo sugli altri e quindi di stabilire con loro un rapporto dove essi vengono trattati come oggetti, ma più i valori soggettuali vengono annullati sia nel controllato che nel controllore.

Poiché il rapporto di controllo si applica indipendentemente dal fatto che il controllato sia o no colpevole, esso parte dal presupposto che il controllato può essere sempre colpevole, quindi ha sempre un certo grado di colpevolezza il che porta nei controllati ad avere un sentimento di risentimento e di difesa; l’individuo controllato, viene anche considerato come mezzo, cioè come oggetto, creando automaticamente in lui un senso di reazione e di aggressività.

Non è quindi né il controllo né la durezza della pena che possono servire per mantenere la pace sociale o l’equilibrio relazionale.

Interessante a tale riguardo sono i sistemi di punizione degli Amish dove la pena consiste nel porre il colpevole in una situazione di biasimo da parte della società, invece di infliggergli una pena detentiva o corporale, cercando di stabilire un rapporto che dimostri al colpevole la perdita della sua relazione soggettuale con la società, quindi riconoscendogli il suo essere soggetto ma facendogli capire che essendosi allontanato dai membri della società egli ha perso qualcosa di molto importante per lui stesso, cioè la relazionalità soggettuale con essi.

Tanto più si estende la capacità di controllare, oggi in modo particolare grazie alla tecnologia, tanto più i soggetti controllati si sentono trattati in termini oggettuali, cioè senza il riconoscimento della propria possibilità di essere soggetti capaci di soggettualità e di dialogo, essi quindi risponderanno stabilendo con l’autorità controllante un rapporto dello stesso tipo e tenderanno a trattare il gruppo come nemico,come oggetto da cui difendersi e quindi eventualmente da attaccare.

Mentre la relazione con gli altri, intesi come soggetti, sviluppa le funzioni più complesse ed evolute e quindi più valide ed utili a tutte le funzioni del soggetto, la relazione con degli oggetti invece sviluppa soltanto le funzioni che hanno come obiettivo la sopravvivenza del soggetto.

Mentre nello scambio intersoggettuale emotivo il soggetto tende ad attivare la propria persona attraverso la necessità continua di un’azione e reazione e di un dialogo che coinvolge tutte le sue funzioni, poichè l’altro soggetto non è immobile, nè passivo, egli cerca di esprimere se stesso senza fissarci un limite; nel rapporto con un oggetto, invece, tutto questo non avviene poiché il rapporto è limitato e ristretto ad una utilità specifica.

Quindi per affermare la soggettività delle nostre funzioni, per poterla sentire, dobbiamo cercare di circondarci di soggetti con i quali stabilire delle relazioni soggettuali emotive riducendo al minimo quelle oggettuali.

Muoversi in un mondo di cose inanimate non ha nessun interesse, come non ha nessun interesse passeggiare in un paesaggio lunare, salvo il desiderio di venirlo a raccontare poi a dei soggetti. Da cui deriva il vantaggio  di amare il mondo circostante, proprio per poter recepire e relazionarsi con le infinite varietà del vivente, invece di cercare a tutti i costi di modificarlo in base a dei nostri parametri fatalmente  riduttivi.

La capacità di collegarsi emotivamente e di dialogare con la vita intorno a noi è quindi la misura della ricchezza del nostro momento esistenziale cioè della nostra capacità di sentire la vita  intorno a noi e della nostra capacità di proteggerla.

E questo avviene sia nei confronti degli esseri animati che non animati, verso entrambi i quali si può esprimere il nostro rapporto emotivo anche se in misura diversa.

Invece, quanto più noi preferiamo considerare quello che ci circonda, composto da semplici oggetti da utilizzare, tanto più noi riduciamo la vita che ci sta intorno, sia in termini di rapporti soggettuali, ma anche come esclusione e quindi eliminazione di tutto il contesto fisico-ambientale non specificatamente utilizzabile.

La relazione soggettuale consente di creare intorno al soggetto una varietà infinita di elementi vivi. Essa può essere vissuta certamente con le persone, ma anche con gli oggetti inanimati (una montagna o un fiume considerati sacri, un paesaggio a cui si è affezionati, la casa natia, un oggetto a cui ci legano i ricordi; …) e lo stesso vale nei confronti delle piante ed ancor più verso gli animali, in base ad una scala di riconoscimento che noi diamo loro e che dipende sia dalla loro vitalità ma anche dalla vitalità che vogliamo riconoscere loro. Quindi la relazione con il mondo circostante si muove attraverso vari gradi di personalizzazione che giustifica verso di esso vari gradi di etica o di amore.

Tale relazione da una parte deriva dalla loro somiglianza con noi, dall’altra dalla soggettualità che noi trasferiamo loro attraverso le emozioni che riserviamo loro nel rapporto relazionale. Questo consente quindi di considerare l’ecologia, cioè il rispetto dell’ambiente circostante, non solo come disciplina scientifica, volta a conservare quelle che sono state e sono la premessa della nostra vita, ma prima di tutto come una categoria morale ed esistenziale.

Valore esistenziale dell’esperienza emotiva

Su un piano strettamente teorico il rapporto tra soggetto ed oggetto può anche essere concepito in termini astratti dove la gerarchia tra l’uno e l’altro, o il loro rapporto di causa ed effetto, possono essere espressi da una immagine senza contenuti emotivi e che esiste anche senza di essi, indipendentemente dal loro valore. Ma dobbiamo riconoscere che questa immagine è una pura astrazione concettuale che in pratica non ci riguarda. Nel momento in cui ci riguarda, cioè nel momento in cui sentiamo la relazione emotiva, il sentirla è la premessa per concepirla e il rapporto tra il soggetto, gli altri e il mondo in generale non può esistere senza dare un valore emotivo ai suoi componenti. In altre parole non esiste il concetto del sé senza i contenuti esperienziali emotivi e soggettivi che danno al soggetto la sensazione del suo sé e del suo valore.

Questa idea del sé per essere tale deve essere sentita in pratica. Anche nella definizione teorica del sé, è imprescindibile il senso del sé che viene soltanto dalle sue componenti esperienziali ed emotive, che quanto più saranno forti tanto più lo arricchiranno e lo rafforzeranno e rafforzeranno il concetto di soggetto, mentre la riduzione del loro valore esperienziale porta ad una riduzione del senso del valore del proprio sé fino a negargli le premesse del suo concetto teorico.

Questo non vale solo da un punto di vista esistenziale, ma anche dal punto di vista dell’esistenza oggettiva e fisica di noi stessi. Infatti, se l’esistenza è il risultato delle esperienze, non volerle difendere vuol dire perderle e quindi atrofizzare le funzioni che ne sono la premessa, e la premessa della nostra vita fisica.

La funzionalità, infatti, è quella attività che attraverso la memoria e grazie all’energia crea l’organo; il soggetto, attraverso di essa, sente che egli rafforza il suo sistema muscolare, espande i suoi tessuti nervosi, aumenta la complessità e la capacità del suo cervello e quindi sente il vantaggio di investire la propria energia, e quindi il vantaggio e la soddisfazione dello sforzo che non solo allena le funzioni, ma allena il soggetto ad attivare le funzioni, cioè la sua forza d’animo, il coraggio, l’impegno, la volontà, …, tutte quelle che si definiscono normalmente doti umane. Cioè lo sforzo allena anche la capacità e la disponibilità al sentire.

Il mondo circostante come soggetto o oggetto

La modifica del mondo circostante ha come premessa che noi lo consideriamo come oggetto, infatti noi non possiamo modificare il mondo circostante finché lo consideriamo un soggetto. E’ impossibile, sia sul piano della definizione teorica che sul piano della relazionalità pratica. Finchè noi sentiamo l’altro come soggetto, l’altro resta tale con le caratteristiche che ha.

Riconoscere all’altro il diritto di avere le sue caratteristiche, e non solo quelle che noi possiamo desiderare, è proprio la situazione che gli permette di essere sentito da noi come soggetto. Per cui possiamo dire che ogni “cosa” è un soggetto fino al momento in cui noi pensiamo di modificarla. Il fatto che noi abbiamo vari livelli di relazionalità con quello che compone il mondo esterno non vuol dire che il mondo esterno sia composto di soggetti ed oggetti. Possono essere tutti oggetti nel senso teorico di cui parlavamo all’inizio citando Sartre, ma possono essere tutti soggetti nel senso pratico di cui stiamo parlando ora.

Quello che li porta in una categoria piuttosto che nell’altra è il tipo di relazione che noi vogliamo stabilire con loro.

Dipende se vogliamo usarli per dei nostri fini o se vogliamo relazionarci con loro senza volerli modificare. Nel primo caso trattandoli come oggetti, la nostra relazionalità è quella definita dal concetto di “utile”, nell’altro caso essi sono soggetti e siamo relazionati a loro da un rapporto emotivo/affettivo dove la nostra azione non ci spinge alla modifica, ma all’accettazione delle cose così come sono. Sentendone il valore per quello che sono, noi modifichiamo noi stessi attraverso il sentimento o l’emozione per poterli recepire come soggetti; in questo caso noi siamo capaci di sentire.

Quando invece noi preferiamo non sentire, o non ne siamo capaci, possiamo considerare come oggetto qualunque cosa, anche il nostro corpo e il vivente in generale che oggi riusciamo a modificare nei suoi elementi costitutivi (biotecnologie e nanotecnologie) e che riusciamo a portare sempre di più nella sfera della oggettualità.

Tuttavia questa capacità, sia in un senso che nell’altro, non annulla il concetto di soggetto, perché sarà sempre lui l’artefice di queste modifiche. Essendo lui a decidere o meno di usarle, sarà lui a decidere di essere esistenzialmente  più ricco o più povero. Le scoperte dei suoi componenti non dimostrano che il soggetto, essendo il risultato di elementi individuabili e modificabili, (es..: il DNA) è un “nulla”. Dimostra invece che il soggetto è potenzialmente “tutto” e che sarà lui ad affermare di più o di meno il suo concetto di soggetto e il valore della propria esistenzialità.

In particolare egli tenderà al proprio annullamento nei limiti in cui si identificherà nelle sue componenti organiche oggettive e attribuirà a queste la capacità di modificare il suo sentire, mentre invece quanto più potrà affermare il valore del proprio sé, tanto più sentirà che non è lui che dipende dalle modifiche delle sue componenti ma che sono queste a dipendere da lui. In questo caso egli avrà salvato la sua soggettività e la sua vitalità.

La misura della sua vitalità e quindi della sua “vita” è data infatti da questa sua capacità. Se rinuncia al concetto di soggetto e quindi alla sua capacità di attivare le sue funzioni, le sue emozioni ed i suoi giudizi, egli rinuncia alla sua vitalità ed alla vita.

La vita, infatti, non è uno “status” oggettivo, bensì un “in fieri” dato dall’investimento da parte del soggetto delle proprie energie, sentite appunto come proprie, espressione di una energia vitale del soggetto in quanto tale, di una vitalità che è il suo dato di partenza, “a priori”, premessa di ogni altra considerazione.

Quando cominciamo a non investire le nostre energie (fisiche, psichiche, emotive), o a delegarle a dei mezzi che volgono funzioni al nostro posto, cominciamo anche a perderle e a perdere la soddisfazione che ne deriva: cominciamo, cioè,  il processo del declino della nostra vitalità e quindi della nostra vita.

Nei limiti in cui condividiamo che è meglio vivere che morire, non è questa la strada che bisogna imboccare.

Non esistono altre motivazioni astratte o morali per preferire la vita, esistono solo delle motivazioni pratiche. Dove si può dimostrare che “il meglio” sta nel vivere, anche quando si sceglie la morte. Tuttavia questo concetto è recepibile soltanto da chi ha il senso del proprio sé e della propria soggettività. Chi ha perso questo concetto ha perso anche il senso della propria vitalità poiché identificherà il concetto di vita con le sue componenti oggettive e non quelle soggettive. Delegando agli altri o alle proprie componenti organiche la propria funzionalità, il soggetto, rinunciando alle proprie emozioni, tenderà a perdere i suoi valori vitali e tenderà automaticamente ad un processo di devitalizzazione.

Direi che la società moderna ha imboccato alla grande questa strada, esaltando tutti i valori che portano alla perdita delle funzioni umane delegandole alla tecnologia e riducendo il valore dell’”altro” a valori “oggettuali”, perdendo quindi il valore del proprio sé e la capacità di sentire il rapporto soggettuale.

Come dicevamo, infatti, solo con l’esperienza emotiva si ottiene il valore del proprio sè, in quanto solo essa è l’elemento costitutivo delle componenti soggettive e quindi dell’idea del soggetto e del suo valore.

In generale possiamo dire che l’esperienza è quel processo di conoscenze successive che, partendo dal contatto con la realtà circostante, tramite i propri sensi e le proprie funzioni, trasmette i risultati a tutte le componenti dell’organismo (fisiche, emotive e razionali) per una loro verifica dell’utilità per il soggetto.

La conoscenza esperienziale include anche l’intuito che permette di percepire delle verità in modo istintivo, cioè non grazie ad un ragionamento.

L’intuizione rappresenta una modalità vitale di conoscenza che da un lato potrebbe essere concepita soltanto come una memoria inconscia della nostra esperienza, ma potrebbe essere anche un potere conoscitivo di cui non conosciamo l’origine e che potrebbe essere l’espressione “cognitiva” della vitalità come principio generale di tutto l’esistente a cui siamo collegati. Tale principio nel momento in cui lo sentiamo non lo conosciamo, e di cui non dobbiamo conoscere l’origine, poiché altrimenti, portandolo nella sfera del razionale e ne perderemmo il lato emotivo e toglieremmo a questa idea il suo valore propulsivo.

La conoscenza analitica e razionale, infatti, avendo come obiettivo di individuare gli elementi o i principi utili, ha una visione del mondo di breve periodo, e parte dal presupposto che sia valido solo quello che si capisce e quindi usa una prova esperienziale limitata. Non considera validi gli elementi che non capisce ma che si sentono (etica) o che si amano (estetica).

La conoscenza tecnologica procede attraverso delle conoscenze che derivano dalla capacità dei mezzi tecnici e fa intravedere delle possibilità e quindi dei bisogni che prima non erano immaginabili e quindi non fisiologici. Cioè, mentre nella conoscenza che deriva dall’esperienza, l’energia che l’individuo investe nella conoscenza è la sua e data la gradualità del processo, consente la conferma dei risultati da parte del soggetto nella sua interezza, nel secondo caso essa è quella di un mezzo esterno che porta una conoscenza non verificata da tutte le componenti dell’organismo e quindi nociva e rischiosa per la reale fisiologia esistenziale dell’individuo.

Un organismo deve crescere “lentamente”, in modo esperienziale, in modo cioè che tutte le sue parti siano capaci di rispondere al confronto con l’ambiente e quindi la sua energia conoscitiva deve essere proporzionata alle sue funzioni.

Se un organismo ha “troppa” energia, o troppa conoscenza, questa lo porterà a “confrontarsi” con l’ambiente subendo delle modifiche che non avranno avuto il modo di essere vagliate.

Le conoscenze tecnologiche sono il risultato di un processo conoscitivo soltanto razionale per cui la verifica del risultato risponderà alle esigenze della razionalità, non alle esigenze della sua complessità biologica.

Da questo punto  di vista, l’obiettivo dovrebbe essere senza mezzi termini la rinuncia alla tecnologia che porta alla perdita delle nostre funzioni fisiche e mentali, cioè di tutti i processi acquisitivi per una nostra conoscenza profonda. Noi non dovremmo mai rinunciare alla nostra esperienza, perché è questo l’elemento arricchente e costituente della nostra vita.

Il che, su un piano pratico, se vogliamo vivere nella nostra società che oggi esalta dei valori completamente diversi, è molto difficile.

Le informazioni che non derivano dall’esperienza, ma  ottenute con mezzi tecnologici (e quindi i dati “scientifici”), dovrebbero essere considerate come delle curiosità che non modificano la nostra vita.

Così, come i cinesi usavano la polvere da sparo solo per i fuochi d’artificio. O come altri popoli che ben conoscendo la ruota, non hanno mai voluto usarla e perché avrebbe rivoluzionato la loro vita.

Per aumentare la nostra esperienza esistenziale noi dovremmo continuare a sentire il mondo circostante come composto di soggetti che non vogliamo modificare e manipolare anche perché se per noi è più arricchente sentire il mondo esterno come composto da soggetti, dall’altra parte, quando preferiamo modificarlo e a maggior ragione quando preferiamo modificarne i meccanismi fondamentali in base a dei nostri criteri, ne riduciamo le loro complesse forme di esistenza. La nostra modifica, frutto della nostra razionalità, infatti, non può che proporre un quadro del mondo più limitato e più ristretto rispetto a quello propostoci dalla complessità e dall’esperienza dell’evoluzione, nostra e della natura in generale.

La modifica  dei meccanismi che costituiscono il mondo è inoltre potenzialmente squilibrante rispetto agli equilibri fisici, biologici e psicologici che l’evoluzione ha raggiunto e di cui noi non conosciamo le infinite correlazioni.

Quindi nel nostro interesse, noi dovremmo rinunciare all’utilizzo delle informazioni che ci vengono dalla ricerca scientifica e tecnologica e dai risultati pratici che vengono dalla tecnologia che sono sempre interventi riduzionisti e che oggi consentono di modificare la struttura della vita e del mondo naturale in base ad una visione necessariamente incompleta.

Delega funzionale o tecnologica

La funzionalità soggettiva , cioè la capacità di attivare le nostre funzioni dipende da quanto vogliamo usare le invenzioni e le scoperte scientifiche e da quanto la loro utilizzazione ce la rappresentiamo come un valore.

Sia le scoperte che le invenzioni (ovvero l’applicazione delle scoperte) esprimono entrambi la tendenza pratica ad aumentare i mezzi disponibili per modificare l’ambiente animato e inanimato che ci circonda.

In questo senso l’uso dei mezzi tecnologici rientra nel concetto di “protesi”, che potenziando una funzione umana, in verità la sostituisce e lentamente la atrofizza.

Ogni volta che noi affrontiamo una difficoltà o un fenomeno, possiamo o reagire potenziando le nostre capacità interne, diventando capaci di reagire ad esso, oppure possiamo cercare di capire il funzionamento del fenomeno evitando che esso sia nocivo per noi ma rinunciando alla nostra capacità di adattamento.

Nel primo caso noi stimoliamo le nostre funzioni, nel secondo evitiamo di doverle stimolare.

Si sostiene generalmente che anche con l’uso di mezzi tecnologici non perdiamo la nostra capacità funzionale poiché comunque noi continuiamo ad usare la nostra funzione, anche se in misura ridotta e l’energia risparmiata può essere trasferita in qualche altro obiettivo. In verità nel momento in cui vediamo che una funzione può essere svolta da uno “strumento”, non ha più senso continuare a svolgerla senza lo strumento. Cioè, non è vero che noi continueremo a fare l’una e l’altra aggiungendo alla nostra funzione quella dello strumento, evitando quindi di atrofizzarla, poiché non sarebbe in linea con il principio biologico dell’ottimizzazione dell’energia.

Per esempio, se noi possiamo andare in automobile invece che andare a piedi, noi lo faremo poiché questo ci fa risparmiare energia (energia = tempo, fatica, danaro, ecc…) e non ha senso fare un tragitto in automobile ed un altro tragitto a piedi a meno di non voler fare un po’ di ginnastica.

E per le ragioni che ci hanno spinto ad usare l’automobile nel primo caso tenderemo ad usarla il più possibile, anche in seguito, ad esempio costruendo più strade. Per cui la nostra funzione di deambulazione tenderà ad essere usata sempre meno.

E’ anche vero che possiamo investire l’energia risparmiata in altre cose e nell’attivazione di altre funzioni, ad esempio leggere o lavorare, ecc…, ma intanto ci siamo persi la deambulazione. E lo stesso vale per le altre cose che dobbiamo fare, per cui, se il lavoro può farlo un attrezzo, o può essere risolto con una soluzione tecnica, glielo faremo fare perdendo di nuovo l’opportunità di usare una nostra funzione, … e via dicendo.

Per quanto riguarda le dimostrazioni scientifiche di fenomeni di cui non si conoscevano le cause e chiamate comunemente “conoscenza scientifica”, direi che succede la stessa cosa.

Quando infatti i fenomeni vengono spiegati, cioè ne vengono capite le cause, tenderemo ad intervenire sulle cause per utilizzarne gli effetti.

Ad es.: nel momento in cui ci rendiamo conto degli effetti positivi dello studio della musica che modifica alcune parti del cervello, ad esempio il collegamento neuronale tra lobo destro e lobo sinistro, sarà nostro interesse cercare di intervenire su quelle parti con sistemi più pratici e rapidi rispetto all’apprendimento della musica (ad es. con prodotti chimici o attivazioni elettriche,…).

A quel punto noi avremo ottenuto gli effetti sul cervello con i relativi benefici emozionali e pratici, ma la musica non sapremo più crearla. Altro esempio: gli anabolizzanti per fare dello sport, le droghe in genere, i sistemi automatici di calcolo,…

Tutti i cosiddetti valori dello spirito hanno delle cause che possono essere “scoperte”, ma queste scoperte portano alla perdita di tali valori. Si passa cioè dalla soggettività all’oggettività, si passa dal vivere il fenomeno come valore emotivo, al capire il fenomeno nelle sue componenti oggettive e quindi ad usarlo per la sua utilità.

Usare la tecnologia che è un delegare alla tecnica, è credere che è meglio far svolgere le nostre funzioni a qualcun altro fino ad ipotizzare la delega della nascita di un figlio ad un’altra persona  ed in futuro alle macchine. Il problema è il giudizio di valore che sta dietro l’uso della tecnica e che ci spinge ad usarla sempre di più e a rappresentarci l’inutilità delle nostre capacità in quanto possono essere sostituite da mezzi che eliminano lo sforzo.

Dire che bisogna prendere con intelligenza il lato migliore della tecnologia, può essere preferibile nel breve periodo, in certi momenti, ma lascia irrisolto il problema della perdita delle nostre capacità. Da questo punto di vista non esiste un lato migliore della tecnologia: essa da un lato dà più potere, dall’altro riduce sempre le nostre capacità.

Questo in verità è già avvenuto. Dobbiamo solo decidere se vogliamo continuare a perderne delle altre e fino a che punto. La cosa intelligente sarebbe invece di cercare di porsi come obiettivo il recuperare le capacità perdute, cercando di andare in senso inverso al cammino tecnologico.

E’ purtroppo irrealistico sperare che il ridurre la delega tecnologica posa essere immediato, ma intanto possiamo sapere che se così facessimo sarebbe meglio.

Dato questo processo di oggettualizzazione che viene dalla conoscenza scientifica e dalla tecnologia e che va nella direzione opposta alla vita, è abbastanza inutile chiedersi come sarà l’uomo del futuro. Il futuro è già oggi. O meglio, l’oggi è il futuro di ieri rispetto al quale la nostra capacità di sentire è già cambiata e si è già ridotta.

La rottura soggettuale è già avvenuta. Le capacità dell’uomo e la vita continueranno ad assottigliarsi sempre di più. La preferenza verso l’oggettualità, verso la rinuncia alla propria soggettualità, la preferenza alla delega: questa delega è già stata fatta. E’ stato scelto il peggio. O piuttosto, per rimanere nella concettualità usata fin qui è stato scelto il meglio che potevamo scegliere, l’unica scelta che potevamo fare, avendo rinunciato alla nostra vitalità; scelta dovuta evidentemente a motivi più forti di noi, ma che vale la pena ricercare per non continuare a vivere rappresentandoci dei falsi valori.

Ma il “valore” è dato dal processo, dallo sforzo, dall’investimento personale, non dal semplice risultato. Il risultato rientra nella categoria dell’”Utile”, mentre l’investimento personale, lo sforzo, l’emozione del processo esperienziale rientra nella categoria della soddisfazione, del “bello”. Il processo esperienziale dà soddisfazione, il risultato, invece, dà “utile”, sono i due momenti dell’animo umano. Il processo esperienziale porta un vantaggio di lungo periodo perché aumentando le capacità proprie del soggetto a tutti i livelli, gli dà la sensazione che la sua essenza, la sua capacità biologica/psicologica/emozionale è cresciuta e che egli sarà anche in futuro all’altezza della complessità della vita, mentre il risultato, l’utile tende soltanto a risolvere il problema con una soddisfazione di più breve periodo.

Quindi un processo che mira soltanto al risultato fa perdere la bellezza e la vitalità che il fenomeno suscitava in noi e mentre da un lato, man mano che delegheremo le nostre funzioni alle “protesi”, la nostra capacità oggettiva di scomporre e di modificare il mondo esterno aumenta, dall’altro diminuisce la capacità delle nostre funzioni soggettive (mente, muscoli, capacità emotiva,…) e quando avrà delegato tutte le funzioni non rimarrà molto di lui.

In verità la perdita delle funzioni umane deriva dall’obiettivo della tecnologia che è quello di non usarle.

Ed infatti essa mira ad evitare lo “sforzo” che viene normalmente inteso in senso negativo, ma senza il quale la biologia umana non ha più senso. Non esiste una funzione umana senza sforzo e senza la soddisfazione che lo accompagna.

La delega tecnologica portandoci alla incapacità di fare gli sforzi, oltre a farci perdere la soddisfazione ed il senso dei valori, ci porta anche alla perdita della capacità di prendere atto dei problemi e di reagire e difenderci poiché data la nostra minore capacità di farvi fronte tenderemo a rimuovere i problemi, invece di affrontarli,.

Tenderemo inoltre a modificare il mondo sempre di più perché man mano che si ridurranno le nostre capacità di adattarci all’ambiente, cioè di fare uno sforzo, cercheremo sempre di più di adattare l’ambiente ai nostri bisogni preferendo quello che è “artificiale” a quello che è “naturale”.

E l’incapacità di rappresentarci lo sforzo come fatto positivo che viene normalmente definito “costo”, attratti dalla possibilità che ci viene dalla tecnologia di avere un risultato senza sforzo, avremo un interesse sempre maggiore verso il “risultato” rispetto al “processo” e rispetto all’esperienza vissuta per ottenerlo. Cioè tenderemo ad una idealizzazione dell’utile rispetto ad una idealizzazione delle emozioni.

Perderemo quindi la gioia e la soddisfazione che servono a premiare il soggetto per il suo sforzo, e a indicargli quali sono i suoi valori, stimolando le relative reazioni biologiche.

Gioia, funzionalità, spontaneità, creatività, emotività che la nostra società tecnologica, con questa impostazione mentale ha perso e continua a perdere e che invece ancora esistono nelle società non tecnologiche, con nostro grande stupore. Infatti noi, per un errato concetto di ricchezza che non valuta come ricchezza quella emotiva, non riusciamo a capire come molte società che definiamo povere, possono avere una capacità di gioire, di ridere, di avere slanci emotivi e generosi maggiori della nostra.

Rapporto oggettualizzante, definizione analitica, momento sintetico e concetto di utile.

Per poter definire un oggetto e per poterne individuare la funzione, noi dobbiamo estrapolarlo da un contesto più ampio dandogli eventualmente un nome.

Per esempio una finestra indica un oggetto che svolge la funzione di finestra per definire la quale abbiamo delineato dei contorni rispetto a tutto l’ambiente in cui la finestra è situata.

Se noi non avessimo fatto questa operazione, la finestra non sarebbe tale, ma inserita in un insieme più ampio sarebbe forse “stanza” e a sua volta la stanza sarebbe forse “casa” e via dicendo fino ad una sensazione di un insieme omnicomprensivo che è la sintesi di tutti i suoi sottoinsiemi e la cui sensazione chiamo appunto “sintetica” in contrapposizione a quella “analitica”. Essa rappresenta un momento di equilibrio in cui le nostre necessità sono soddisfatte e quindi non sentiamo il bisogno di modificare e definire il soggetto. E’ cioè una situazione di equilibrio tra noi e quello che ci sta intorno, rapporto indifferenziato tra il soggetto e l’ambiente, tra il soggetto e la sua sensazione.

L’operazione analitica della oggettivazione,invece, dove cioè la definizione è in funzione dell’utilizzo di una parte dell’insieme complessivo, è un’ operazione pratica,dove noi:

1)      separiamo,

2)      definiamo,

3)      potenzialmente usiamo.

E’ un momento che parte dal soggetto il quale identifica e definisce nell’oggetto le caratteristiche di cui egli ha bisogno in un dato momento, escludendo tutte le altre. Il bisogno dell’operazione analitica e della oggettivizzazione della realtà è attivato dalla necessità di modificare una situazione che non è soddisfacente e quindi il processo analitico è anche un processo economico poiché tende ad eliminare gli elementi considerati non utili o nocivi. All’aumentare degli strumenti conoscitivi delle cause dei fenomeni, cioè aumentando la capacità analitica, essendo sempre più capaci di usare le nuove conoscenze, tenderemo ad usare solo la parte del fenomeno che noi riteniamo utile ed elimineremo sempre di più la parte che consideriamo non utile. Tenderemo sempre di più ad un riduzionismo oggettuale e quindi esistenziale.

Scomponendo però il fenomeno nelle sue componenti si torna alla situazione in cui le componenti non avevano ancora creato il fenomeno, si torna cioè indietro nel processo evolutivo, cioè verso una situazione di minore complessità.

Si può obiettare che l’approfondimento della conoscenza analitica, aumentando la conoscenza della composizione della realtà circostante, consente di avere una visione sempre più completa ed approfondita della sua funzione e quindi un maggior rispetto per la sua esistenza. In verità nel processo riduzionista noi non aumentiamo la conoscenza della realtà che non è composta solo dalle cose, ma dalla relazione tra le cose. Cioè noi aumentiamo soltanto la conoscenza delle sue componenti, usando le quali, in base ad una nostra necessità razionale e non emotiva indipendentemente dalla logica di tutto il contesto, che noi su un piano razionale possiamo conoscere solo in minima parte,  creiamo degli squilibri.

Se io analizzo da cosa deriva quello che sento, esso diventa relativo, ma quando io lo sento, escludo in me, in qul momento, i termini del confronto con un altro oggetto, io sono la funzione attiva, sono solo la mia vitalità, non sono vita come fenomeno esterno a me. Quindi la vita, se esaminata come concetto oggettuale o con metodo “scientifico” è l’esame di un concetto morto; infatti la premessa della vita è la vitalità e non le sue componenti, senza la vitalità la vita non sarebbe esistita poiché è la vitalità, tramite la rappresentazione positiva del futuro e tramite la rappresentazione emotiva di una maggiore vitalità futura che stimola la funzione e crea un nuovo organo e quindi la vita in sue nuove forme.

La vita esiste solo se il soggetto ne sente la vitalità.

Nel momento in cui consideriamo la vita come oggetto da scoprire, analizzare, utilizzare, noi togliamo a quel rapporto con la vita il carattere soggettuale, vitale e creativo, noi passiamo dall’emozione alla comprensione, dalla sintesi all’analisi, dalla creatività alla difesa, cioè dall’assoluto al relativo.

Il processo analitico, che ci porta sempre di più alla comprensione razionale dei meccanismi della vita, fa si che quando noi avremo “capito” tutto e usato tutto, nulla rimarrà per alimentare la nostra emotività, la nostra vitalità e quindi il nostro rapporto emotivo e creativo con la realtà.

A quel punto, avendo annullato la nostra vitalità, noi ci saremo distrutti, non potremo più vivere.

Illusorio è sperare di difendere la vita intono a noi senza sentirne la vitalità e cioè senza riappropriarci della capacità di sentire emozioni.

La conoscenza riduzionista ha un’utilità di breve periodo, fino a quando, cioè, non si cominciano a sentire gli effetti dello squilibrio da essa prodotti.

E se si cercherà di rimediare continuando ad approfondire la ricerca riduzionista, si porrà forse rimedio al primo squilibrio, ma se ne creeranno altri di più vaste dimensioni.

Infatti, se noi usiamo solo una parte del fenomeno, eliminando il resto, noi non teniamo conto della utilità della totalità del fenomeno che eliminiamo.

Es.: se noi tagliamo la legna per costruire o riscaldarci, eliminiamo le altre funzioni che aveva il bosco, fino quando, avendole capite, ci renderemo conto che queste sono più importanti dell’uso che facciamo della legna.

Ma intanto avremo ridotto l’area dedicata a bosco, cioè avremo ridotto i vantaggi che derivano dalla sua esistenza o dalla sua funzione originaria.

Lo stesso vale per i prodotti che usiamo per curarci.

Tanto più selezioniamo un prodotto specifico che migliora un fenomeno specifico dentro di noi, tanto meno consideriamo che il fenomeno deriva da cause più ampie e quindi non tenendone conto andiamo a spostare altri equilibri.

Diverso è se la conoscenza venisse dall’esperienza, che consolidatasi nel tempo, tiene tendenzialmente conto di tutte le conseguenze del fenomeno sulla totalità del nostro sistema biologico e psichico.

Il processo analitico terminerà solo quando il soggetto, invece di considerare come oggetto la cosa che sta analizzando, la considererà come soggetto collegato emotivamente con sé stesso, parte di una realtà esperienziale ed emotiva più ampia e meno definita razionalmente.

Per cui possiamo dire che il contrario del riduzionismo analitico è il sentimento.

Dove il soggetto perderà l’aggressività, il senso di superiorità, passerà da una sensazione di analisi ad una sensazione di sintesi, egli accetterà il senso del proprio limite, poiché il proprio limite consente di sentire il valore della presenza e della soggettività dell’altro.

Il momento sintetico

Esso è un momento dove il soggetto non necessita di confrontare la situazione in cui si trova con un’altra situazione o con un’altra emozione e quindi omnicomprensivo e autosufficiente dove il soggetto non sente il bisogno di scomporre quello di cui ha percezione per conoscere o avere qualcosa da usare per qualcos’altro. E’ il momento in cui si ha una sensazione indifferenziata sia del mondo esterno che appare come unico, sia del rapporto tra il soggetto con il mondo esterno da cui non percepisce più la separazione.

Il mondo esterno viene sentito come un flusso benefico, lento, che respira con noi. La consapevolezza di questa situazione può farla sentire come un momento di “poesia” mentre il tendere a restarvi dentro escludendo  il movimento di quanto ci circonda, viene chiamato “misticismo”.

Su un piano esistenziale il momento sintetico può portare una sensazione di benessere o di malessere, sensazione che spinge a conservare o cambiare il proprio status. Quando c’è il benessere ci si resta e si resta nella fase sintetica, altrimenti si passa alla fase analitica, premessa per il successivo cambiamento di status.

L’operazione analitica, essendo il meccanismo attraverso il quale si passa da una fase statica ad una fase dinamica, è evidentemente un meccanismo proprio di ogni essere vivente e necessario per il suo continuo adattamento alle variazioni dell’ambiente.

Sia la fase sintetica che la fase analitica sono fasi continue e transitorie e possiamo dire che la misura della necessità del cambiamento è la misura dell’insoddisfazione della situazione in cui l’organismo si trova nei confronti dell’ambiente sempre mutevole intorno a lui (cambiamento di cui oggi si sente il bisogno continuo, perché continuamente insoddisfatti, e il vantaggio del “nuovo” viene esaltata, invece di interpretarla come una necessità nevrotica).

Il momento analitico è l’”utile”, esclude la “bellezza” e l”etica”, per cui un cielo stellato è più bello di un cratere lunare visto con un telescopio o un fiume che scorre nel suo alveo naturale è più bello che vederlo incanalato da una diga idroelettrica, proprio perché guardare un cielo stellato con un telescopio significa scrutarlo per un fine: la conoscenza, che quindi implica il relazionarsi con un oggetto astraendolo dal suo contesto, mentre invece l’ammirazione spontanea di un cielo stellato è un’emozione senza finalità e significa riconoscergli una sua soggettività.

Come abbiamo detto il rapporto analitico funzionale esiste in quanto abbiamo dei bisogni.

Poiché la fase analitica è un mezzo per ritrovare l’equilibrio, per ritrovare cioè la fase sintetica,  significa che l’obiettivo del soggetto è la fase sintetica e che questa fase per il soggetto è meglio di quella analitica, altrimenti non sarebbe il suo obiettivo.

Poiché però la fase analitica è anche la fase oggettuale, dobbiamo concludere che quello a cui il soggetto tende è la fase soggettuale, e che equilibrio e momento soggettuale sono equivalenti o sinonimi.

In altre parole il momento migliore per il soggetto si ha quando egli si identifica con l’altro e sente l’altro non come mezzo per i propri bisogni ma come valore equivalente al senso del proprio sé.

Per cui egli cercherà di far si che l’altro possa vivere i valori della vita ed in particolare vivere il valore di se stessi e della propria soggettività. Egli tenderà cioè a rispettare la loro identità.

In generale possiamo dire che il rispetto di questo valore negli altri insieme al rispetto di questo valore in se stessi è il momento più appagante per il soggetto.

Astrazione concettuale e l’allontanamento dalla “realtà”

(v. articolo “Il cammino sbagliato della conoscenza”, www.worldwewant.org).

Nel momento in cui ci rendiamo conto del meccanismo dell’astrazione concettuale, cioè della tendenza “pratica” di passare dal particolare al generale, raggruppando le singole realtà in base ad un unico elemento dobbiamo riconoscere che questa operazione, eliminando le singole sensazioni, ci porta a restringere il numero delle “cose” che compongono la nostra realtà.

Restringendo così la nostra realtà riduciamo il numero delle relazioni che abbiamo con le “cose”, riduciamo quindi le nostre funzioni, le emozioni e le eventuali soddisfazioni. Si tende così ad una perdita di vitalità in tutti quei sistemi che l’uomo tende a modificare.

Per evitare questo e seguire il processo inverso, cioè passare dal generale al particolare, dall’astratto al concreto, noi dovremmo dare un nome ad ogni singolo oggetto, non già un nome per ogni categoria o gruppo di oggetti.

La mia penna, il mio tavolo, i miei occhiali, la mia casa, quell’albero, …, ogni “oggetto” avendo un nome diventerebbe un soggetto ricreando il rapporto affettivo tra me e il particolare, restringendo da una parte lo spazio geografico della mia visione, ma aumentando dall’altra l’intensità della mia relazione con elementi che avevano perso importanza, che erano stati assorbiti dall’astrazione del “concetto” e che invece ritroverebbero una nostra maggiore percezione e protezione. Questa denominazione oggi ancora si fa ma solo per grandi sistemi es. si da ancora un nome ai fiumi, alle montagne, ai mari, riconoscendo spesso a questi una loro soggettività e in certi casi una loro sacralità (es. il Gange per gli Indiani, il Piave per gli Italiani,…) ma l’emozione per la loro soggettività tende a rarefarsi.

Cioè ogni nostra sensazione dovrebbe avere un nome. Il che per un certo senso, è quello che succede con il ricordo delle nostre sensazioni. Nel momento del ricordo della sensazione è come se noi dessimo un nome a quel ricordo.

Nel caso dell’uomo che ha la parola, il problema è di far si che la parola si discosti il meno possibile dalla realtà che essa esprime. O meglio, l’obiettivo è quello di riappropriarsi del contatto con la realtà emotiva o sensibile e non quella concettuale.

Oggi l’astrazione concettuale (le idee) nelle società “progredite”  è diventata un segno di progresso, un segno di distinzione sociale, un segno di status evolutivo nei confronti di chi invece ha mantenuto il contatto fisico e manuale con il suo mondo.

Ma non si capisce perché bisogna esaltare l’allontanamento dell’individuo dalla realtà, non si capisce perché bisogna disprezzare la realtà per sostituirla con delle idee; noi siamo fatti di “realtà”, non siamo fatti di idee.

La realtà ci ha creato ed è quella che ci tiene in vita.

Vivendo di concetti saremo sempre meno a contatto con la realtà fisica e preferiremo sempre di più l’attività mentale perdendo un po’ alla volta la capacità di relazionare la mente con il corpo la cui funzionalità avremo dimenticato, così come ne avremo dimenticato le soddisfazioni che da esso venivano. Preferiremmo altresì porci gli obiettivi che potremo raggiungere con un’idea piuttosto che con un’azione fisica, supportati in questa scelta dalla tecnologia a cui abbiamo delegato il contatto fisico con la realtà fisica.

Se da una parte il meccanismo mentale dell’astrazione concettuale consente, tramite la memoria, di non ripetere l’esperienza ogni volta che si presenta un bisogno già sentito, esso rappresenta anche il meccanismo che consente la crescita dell’individuo per cui esso è anche il meccanismo “mentale” di ogni essere vivente, se per vivente intendiamo un organismo che ha la capacità di crescere. Per cui dobbiamo ammettere che i concetti e le idee non sono specifiche dell’uomo.

Tuttavia l’uomo ha aggiunto a questo meccanismo uno strumento in più, cioè la parola (e successivamente la scrittura) riuscendo con questo a raggiungere dei livelli di astrazione concettuale dove egli non ha più contatto con la realtà fisica anche se di maggiore potere.

E’ in questa preferenza per le attività mentali e per i concetti astratti, che trae l’origine del concetto di “materia” e di “spirito”, di “res estensa” e “res cogitans”. Infatti, nel momento in cui la nostra “realtà” non è più la realtà “fisica”, cioè non è più rappresentata dalle sensazioni e dalle emozioni che derivano dalla nostra biologia e che potremmo chiamare realtà di primo livello, la vera realtà diventa quella concettuale (le idee), cioè quella astratta che potremmo chiamare realtà di secondo livello e che dato il suo vantaggio pratico, tenderemo ad usare sempre di più. In questo processo d’astrazione la realtà rappresentata dai nostri sensi viene raggruppata in un concetto che chiamiamo “materia” mentre quella che deriva dai concetti viene raggruppata in un altro concetto che chiamiamo “spirito”.

Per poter sviluppare l’analisi della materia, la ricerca scientifica/tecnologica, cioè quella che nel processo conoscitivo non usa soltanto le funzioni dell’individuo, ma usa sistemi o meccanismi che ampliano le “capacità funzionali” dell’individuo, ottenendo dei risultati conoscitivi senza passare attraverso il lungo processo dell’esperienza, diventa essenziale definire la materia come qualche cosa “in sé” diversa dal soggetto.

Questo tipo di ricerca non può non fare una distinzione tra psicologico e fisico altrimenti verrebbe bloccata nel suo cammino dalla soggettività del soggetto.

Questa ricerca ha bisogno del concetto di oggetto e di materia, senza esperienza emotiva, perché il suo obiettivo non è il valore dell’esperienza soggettiva, ma è il valore dell’utile e solo eliminando la prima può ottenere il secondo.

Ma in entrambi i casi siamo noi che diamo il nome a queste due categorie di sensazioni che sono nostre, del soggetto, e che non hanno nessuna ragione oggettiva per essere considerate rappresentative di due realtà (due “res”) ontologicamente diverse.

Dal momento quindi che noi oggi, o da un certo momento in poi della nostra evoluzione, usiamo per la nostra vita e per le nostre relazioni i concetti lontani dalla realtà fisica, è chiaro che considereremo i concetti come gli elementi più importanti, e nella scala dei valori penseremo che lo “spirito” è più importante della “materia” ed anzi sentiremo che il “mondo materiale” è un intralcio al nostro “sviluppo spirituale”

E verosimilmente date queste premesse tenderemo ad avere verso il “mondo materiale”, e il nostro corpo e le sue funzioni un senso di disgusto e di disprezzo.

Ed infatti il disprezzo ed il disgusto sono dei meccanismi di difesa che ogni soggetto pone in essere verso quello che minaccia la sua organizzazione di vita sociale o di integrità  biologica e nel caso specifico verso quello che minaccia la sua “astrazione concettuale”.

Per cui le funzioni del nostro corpo vengono spesso nascoste o addirittura condannate, dando invece valore etico a tutte le attività che si muovono su un piano astratto e asettico e spingendo la società sempre più in questa via. Bisognerebbe quindi tendere non più verso una metafisica delle idee, ma ad una metafisica del fisico e dell’immanenza dell’assoluto nelle “cose”.

La nuova etica e la nuova cultura dovrebbe essere quella del ritorno al contatto con la realtà di primo livello attraverso le funzioni fisiche. Rivalutando anche il lavoro manuale che, se equilibrato con le nostre energie, sarà quello che ci darà più soddisfazione, poiché solo il lavoro manuale con il suo contatto con la realtà di primo livello può dare un senso a tutte le nostre funzioni.

Lavoro manuale

Il problema del lavoro manuale non è soltanto lo sforzo fisico ma anche la costanza che esso necessita per farlo. Infatti abituati alla soddisfazione che viene dalle idee, che danno immediatamente la sensazione del potere e del risultato, riesce difficile cercare di perseguire lo sforzo per un risultato che può sembrare piccolo se è confrontata con idee apparentemente più grandi e gloriose.

Ma le idee per grandi e gloriose che siano, in quanto idee, coinvolgono solo la parte razionale dell’esistenzialità e dello sforzo di un soggetto, mentre lo sforzo fisico per creare un oggetto fisico coinvolge tutte le componenti del soggetto e quindi può portare più soddisfazioni. In genere nella scala dei valori è chiaro che le idee vengono anteposte al lavoro manuale. Infatti è più facile avere tante idee che realizzare un solo lavoro fisico.

Questa preferenza è l’espressione di una pigrizia esistenziale.

Il che significa che l’Umanità con la parola ha imboccato una strada evolutiva sbagliata, che dandole dei vantaggi competitivi nei confronti dell’ambiente e nella concorrenza all’interno della propria specie, la porta tuttavia ad un uso della realtà falsato da una sua interpretazione parziale.

Realtà con cui prima o poi dovrà fare i conti e che per ragioni pratiche l’Umanità ha preferito ignorare ma verso la quale si troverà impreparata.

Così come è successo a tante specie che avendo sviluppato certe capacità peculiari a scapito di altre, proprio per la loro specializzazione non hanno potuto far fronte alla realtà quando questa si è presentata con modalità di cui la loro evoluzione non aveva tenuto conto.

Per cui oggi l’eccitazione per nostri valori culturali e scientifici raggiunti attraverso il riduzionismo, andrebbe ridimensionata poiché questi valori, che si basano sulle idee, ci rendono incapaci di avere il senso della realtà da cui veniamo.

E’ vero che la formulazione di un concetto, così come la scoperta di un principio uniformatore, crea soddisfazione (a volte anche eccitamento) perché rappresenta l’ottenimento di un mezzo che consente maggior potere sugli oggetti o sul pensiero, ma sarà una soddisfazione ed un eccitamento soltanto della nostra razionalità.

Tanto più un principio è “universale”, tanto più è foriero di soddisfazione (o di eccitamento). Es.: una formula che riassume un meccanismo della vita, la scoperta di un elemento fisico, o chimico, o biologico che consente una modifica estesa di tutta la serie dei fenomeni che da esso dipendono; un concetto filosofico che consente l’interpretazione della realtà, l’idea di un dio unico…….

Ogni principio uniformatore ha il vantaggio di consentire un risparmio di energie, ma ha come conseguenza il risparmio di funzioni.

L’esaltazione della scienza è un tipico esempio di questo eccitamento di fronte a scoperte di principi nuovi, più potenti, quindi più universali, ed anche l’idea di una unica religione, e spesso l’obiettivo di un’unica cultura, rientrano in questo processo mentale tanto più depauperante quanto più è esteso. Tutti questi erano valori con una loro vitalità, ma nei limiti di un loro contenimento, all’inizio dell’evoluzione umana.

Oggi il potere sproporzionato che essi danno all’umanità è un’arma che porta a distruggere quello che le sta intorno e ad annullare la capacità fisica, psichica ed emozionale degli individui.

Il “progresso” che si basa su questi valori è controproducente.

Oggi il “progresso”, cioè il vantaggio per la specie umana, è quello di ritornare ad un contatto con la realtà esperienziale, cioè un ritorno a tutte quelle pratiche che escludano la delega tecnologica.

Quindi il “progresso” dovrebbe essere il processo di recupero delle nostre emozioni attraverso il recupero delle nostre funzioni fisiche negli atti della nostra vita, con l’esclusione di mezzi tecnologici.

Questo porta automaticamente ad un riavvicinamento con le realtà più elementari e più vicine, meno astratte e meno virtuali, che saranno meno rappresentate razionalmente ma saranno più sentite emotivamente.

L’arricchimento emotivo, funzionale, esistenziale, fisico deve essere quindi l’obiettivo del progresso per la semplice ragione che il cammino inverso, quello dell’astrazione, della delega tecnologica, della rappresentazione di una vita virtuale, del non uso delle nostre funzioni porta, come dicevamo (v. definizione di soggetto) all’annullamento del soggetto psicologicamente e fisicamente.

Il progresso deriva quindi da un processo di riavvicinamento con la realtà primaria a tutti i livelli della nostra persona, dei propri modi di sentire, di fare, di giudicare sia a livello fisico che sociale e culturale, questo processo di riavvicinamento del soggetto a tali valori chiamo Localismo.

Questo è l’atteggiamento psicologico/emotivo per cui ci si relaziona con le “cose” più che con le idee, con le emozioni più che con i concetti, passando da quello che è più virtuale a quello che lo è meno, cercando di tornare alla realtà che abbiamo chiamato realtà di primo livello e quindi processo di riappropriazione del valore delle cose e delle relazioni più vicine a noi in quanto sono queste che possono creare più emozioni a differenza di quelle lontane che tendono ad essere più evanescenti; processo che cerca di preferire la soggettualità all’oggettualità, cioè il vantaggio delle emozioni a quello dell’utile. Questo termine “Localismo” ha un significato emotivo e filosofico e non solo geografico o politico ed è il risultato di una capacità interna soggettiva e soggettuale.

Il cammino è difficile, perché significa rendersi conto che quello che ci sta oggi intorno non è più la realtà, ma una nostra invenzione.

Oggi quasi ogni nostro atto è mediato da uno strumento.

Un esempio del beneficio che la rinuncia alla Delega Tecnologica ci porta su un piano soggettivo, lo vediamo quando per recuperare un certo benessere torniamo ai lavori manuali ed al fare “da noi”: costruire, riparare, cucinare, suonare uno strumento, andare a piedi, incontrare qualcuno personalmente, scalare una montagna,…. Vivere una “vita semplice”.

E’ chiaro che molti “sforzi” non siamo più capaci di farli ma il progresso sta nel recupero di queste capacità, è il ritorno alla concretezza, al contatto diretto con l’uso delle nostre funzioni per la nostra vita.

In altre parole, ricominciando a basare la nostra vita sul lavoro manuale, più variato possibile, non quello di una catena di montaggio, ma semmai quello di un artigiano ed ancora di più quello del lavoro agricolo dove la relazione fisica ed emotiva avviene con la natura nella sua forma più ampia e avviene con il cibo, elemento primario della nostra esistenza.

I bisogni non sono solo quelli che vengono dal nostro organismo e se non vengono soddisfatti si soffre o si muore. Essi sono anche la conseguenza delle energie disponibili, che se non vengono investite ci portano in depressione.

Per cui avendo delle energie disponibili e quindi avendo la possibilità di fare o di avere, noi ci creiamo dei bisogni per poter investire tali energie.

Con l’uso della tecnologia a parità di energia umana da investire, aumentano le possibilità dell’uomo e quindi aumentano i bisogni. Ma dobbiamo anche riconoscere che tanto più la tecnologia si sostituisce alla nostra energia biologica, tanto più ne lascia libera una parte che, finchè non viene reinvestita altrove, crea insoddisfazione e depressione.

Per questo il lavoro manuale non ripetitivo, se proporzionato alla energia disponibile è quello che genera maggiore soddisfazione (v. “la selezione psicologica umana” Massimini, Csikszentimihalyi e Delle Fave).

Il problema della insoddisfazione (depressione) si risolve probabilmente in due modi: o riducendo l’apporto tecnologico nella nostra vita, così da ritrovare un utilizzo per le nostre energie, oppure con il tempo, cioè con l’atrofizzazione delle nostre funzioni e conseguente riduzione della nostra capacità energetica.

In questo caso gli psicofarmaci servono ad accelerare il processo di adattamento.

Il lavoro manuale consente altresì di aumentare il senso di solidarietà tra gli individui.

Infatti, quando gli obiettivi vengono raggiunti attraverso l’uso di sistemi e meccanismi tecnologici, la condivisione può essere sul risultato, cioè sul concetto, visto che il processo è svolto dalla tecnologia, ma non esiste più la condivisione durante il processo per raggiungere il risultato, cioè non esiste più l’esperienza in comune, la condivisione dell’emozione. Quindi in un mondo tecnologico anche per questo il legame tra i soggetti sarà sempre meno forte.

In un mondo invece dove l’attività era soprattutto manuale, la condivisione dell’esperienza era molto più continua, poiché il fare insieme, era continuo.

L’individuo quindi era meno isolato, meno solo, più solidale.

La delega è una modalità di comportamento che ha il vantaggio dell’utile ma al prezzo della solitudine.

Più in generale possiamo dire (e sentire) che lo sforzo comune per raggiungere l’obiettivo, l’investimento comune della parte più profonda del proprio sé, cioè quella fisica ed emotiva, l’ansia comune per il rischio che il risultato possa non essere raggiunto, la rappresentazione comune del concetto del bello a cui il risultato mira creano un rapporto di empatia e quindi un legame che tende a durare nel tempo. Esso dà senso alla vita poiché aumenta la relazionalità che, come dicevamo, è la premessa della vita.

Manipolazioni scientifiche, manipolazioni genetiche e eugenetica

In verità il problema dell’oggettualizzazione e dell’utile che porta alla modifica della realtà esterna è un problema che riguarda tutte le manipolazioni che vengono dal meccanismo analitico e riduzionista. A cui si oppone la massima etica e soggettualizzante di considerare l’uomo come fine e non come mezzo, o di amare il prossimo nostro come noi stessi proprio per salvarne la sua soggettività. E in questo concetto di “prossimo” o di “fine” possiamo in generale metterci tutto quello che sta fuori di noi, perché ne abbiamo bisogno per la nostra vita (da cui l’amore ancestrale per la natura) e ne abbiamo bisogno per la nostra vitalità (da cui l’importanza e l’amore per la varietà dei suoi stimoli).

Un caso emblematico ed estremo di oggettualità e di riduzionismo analitico è la cosiddetta “vita artificiale” e l’Eugenetica. Creare “la vita artificiale” significa creare un organismo per definizione meno completo poiché questo organismo è creato in base ad una nostra logica che non essendo la logica complessa della natura, sarà più limitata rispetto ad essa, cioè terrà conto di meno parametri e quindi avrà meno funzioni e relazioni.

Le funzioni della cosiddetta “vita artificiale”, infatti, saranno quelle previste da noi, create in base a nostre considerazioni razionali, risultanti da una nostra selezione che rispetto alla selezione naturale è di brevissimo periodo e quindi con parametri molto meno numerosi. Possiamo benissimo amare un organismo creato da noi, come amiamo tanti altri oggetti, ma questo darà luogo ad una relazionalità meno ricca di quella che si può avere con organismi naturali: sarà sempre o una relazione con degli oggetti, che creiamo per servircene, o sarà una relazione con dei soggetti handicappati in partenza, a cui manca la diversità e la novità rispetto a noi, poiché la loro struttura, creata da noi, rispecchierà solo il nostro modo di pensare e di essere.

Sostituire nel mondo gli organismi naturali con quelli artificiali non è un vantaggio per la nostra relazionalità, significa preferire contornarsi di oggetti invece di soggetti, oppure significa preferire contornarsi di soggetti idioti e limitati, cioè senza soggettività propria. Limitatezza che si rispecchierà in noi e si mescolerà con noi portandoci al loro livello.

E anche se tali organismi avessero la possibilità di riprodursi, lo farebbero sempre in base ad un programma impostato da noi per delle nostre finalità, e quindi porterebbero la tara del nostro riduzionismo razionale che a loro volta continueranno a trasmetterci nella loro relazione con noi.

Il desiderare di creare la “vita artificiale” è l’espressione della tendenza a ridurre la vitalità delle nostre relazioni.

Come nel caso dell’Eugenetica, dove noi cerchiamo di modificare gli elementi conoscitivi della vita futura dell’uomo in funzione di un nostro criterio. In verità, così facendo attiviamo un’operazione riduttiva rispetto alla possibilità che il nucleo vitale avrebbe di essere se stesso con le caratteristiche a lui proprie. Creiamo quindi qualcosa di più povero.

Questa operazione, dove consideriamo la vita e la realtà da un punto di vista utilitaristico ed oggettuale, diventa tanto più drammatica quanto più questa oggettualizzazione deriva dalla scoperta degli elementi costituenti la vita (modificazioni genetiche), cioè derivanti dalla scoperta del nocciolo che ha codificato e strutturato la nostra evoluzione e su cui si basa la nostra vita. Usando queste scoperte si tende a togliere all’organismo da modificare, le componenti risultanti dalla esperienza evolutiva, limitando così tutte le caratteristiche a quelle che noi possiamo pensare o determinare e che sono evidentemente un numero infinitamente inferiore. In questo caso le caratteristiche della vita da noi modificate sono date dal numero delle nostre esigenze consce, escludendo così le nostre relazioni inconsce con i risultati e gli infiniti meccanismi e le infinite interconnessioni dell’evoluzione, fondamentali per la nostra vita perché sono quelle che hanno creato la nostra vita. Significa voler eliminare tutto quello che non sappiamo.

Nel caso dell’Eugenetica, quando noi scegliamo le caratteristiche di un figlio, cerchiamo in pratica di semplificare il nostro rapporto con le infinite possibilità soggettive del nascituro. Lo facciamo in base ad un criterio oggettualizzante e semplificante ma fatalmente depauperante, creando un soggetto al quale togliamo le caratteristiche che l’evoluzione gli avrebbe dato in funzione della complessità della sua natura.

Quando questo divenisse una pratica continua e riconosciuta, tendendo quindi ad una continua semplificazione delle caratteristiche delle specie, ci urtiamo giustamente contro le opposizioni etiche che mirano invece alla protezione a lungo termine di un bene che riteniamo comune e fondamentale.

L’Eugenetica può essere definita positiva o negativa. Si definisce positiva quando cerca di migliorare, per apportare delle caratteristiche ritenute più vantaggiose rispetto a quello che si sarebbe avuto normalmente senza il suo intervento. Invece è definita negativa quando si interviene per eliminare un difetto del nascituro o che è considerato tale alla luce del comune modo di pensare (es. malattia ereditaria).

Alla luce di quanto detto precedentemente, dobbiamo considerare che in entrambi i casi si interviene in base a dei criteri razionali che come tali riducono il campo d’azione della spontaneità naturale e la cui definizione farà sempre considerare “negativo” o patologico tutto quello che non corrisponde alla nostra idea.

Inoltre quando sappiamo che un nascituro avrà una malformazione genetica, evidentemente cerchiamo di intervenire tutte le volte che possiamo, e non possiamo non intervenire, sarebbe non etico non usare le nostre conoscenze scientifiche e non usare una possibilità significa generalmente andare contro il principio economico della evoluzione a meno di non vedere appunto che non intervenire può avere altri vantaggi, verosimilmente sociali, come ritengono alcune religioni ed alcune società diverse dalla nostra.

Intervenendo a modificare quella malformazione genetica, da una parte trattiamo quel nascituro come soggetto perché cerchiamo di farlo venire al mondo nel modo migliore, dall’altro lo trattiamo come oggetto, nei limiti in cui cerchiamo di farlo coincidere con dei nostri parametri di come deve essere un nascituro.

Invece, non intervenendo, o non intervenendo per incapacità tecnica, noi rispettiamo automaticamente quel nascituro, la sua soggettività, la sua identità, per cui lui è come è e non come riteniamo debba essere. La possibilità tecnica di sapere e poi di intervenire è il momento discriminante tra la soggettualità e l’oggettualità che noi attribuiamo all’altro.

Quando il soggetto non vuole sapere, o non può sapere, significa che invece di eliminare il problema, egli deve inserirlo e accettarlo nella propria struttura psicologica, nel proprio sistema emotivo, che a sua volta si modificherà per poter recepire l’evento problematico. In questo caso il soggetto, quindi accetta il rischio inserendolo nella sintesi completa della propria esistenzialità che verrà modificata da questo nuovo elemento.

Questa modifica del proprio sistema interno è l’elemento potenzialmente arricchente o problematizzante.

Ora, il recepimento dell’evento, di qualunque evento, ma nel caso specifico il recepimento di un nascituro con delle problematiche, apre la porta ad un dialogo tra due soggetti, più arricchente, anche se tendenzialmente più difficile, tra quello che sarebbe il rapporto tra un soggetto ed una persona oggettualizzata, cioè il rapporto con un nascituro che venisse modificato prima della nascita per farlo corrispondere a nostri canoni razionali o sociali, proprio perché il rapporto tra due soggetti è un momento dove la soggettualità ha la maggiore possibilità di esprimersi. Mentre nel rapporto tra un soggetto ed un oggetto essa è unidirezionale dal soggetto all’oggetto, limitata dalle nostre categorie mentali.

Per cui la ricchezza del genitore (vantaggio), in linea di principio, non sarà quello di avere un figlio in un determinato modo, ma di avere col figlio un determinato rapporto. Ed è per questo che molte coppie non vogliono conoscere in anticipo il sesso del nascituro. E’ evidente che non tutti e non sempre possiamo o siamo disposti a farlo. Ma questa è una scelta soggettiva, non esiste una norma con valore assoluto. E’ chiaro che comporta un sacrificio, si tratta di sapere se tale sacrificio apre o no le porte alla gioia ed è chiaro che la possibilità tecnica di intervenire sposta in avanti questa opportunità, ma il  problema si riproporrà sempre anche se in altre forme.

L’unico elemento fondante per il soggetto dovrebbe essere la sua soggettività, cioè la sua capacità o meno di scegliere tra rapporti soggettuali o rapporti oggettuali. E’ cioè la sua maggiore o minore capacità di essere vitale,di stabilire dei rapporti di vita e di ricchezza emotiva.

Più si riesce ad andare in questa direzione e più il soggetto ne trae soddisfazione.

La scelta sarà sempre un compromesso tra le necessità oggettualizzanti e riduzioniste derivanti dal contesto in cui viviamo e il vantaggio di far crescere la nostra soggettualità e la vita intorno a noi aumentando la nostra emotività.

Ognuno si sceglierà la sua misura, in funzione di quanto vorrà andare in questa direzione, ma è necessario sapere in che direzione si va e perché.

Nel caso di un figlio, che si vuole in un certo modo e che quindi si vuole per un certo scopo, il riferimento non è soltanto tra lui e le nostre emozioni, ma tra noi e le emozioni e i giudizi della società in cui viviamo, che ci dà dei parametri ai quali pensiamo di doverci uniformare e senza i quali perderemmo le relazioni con essa.

Questo non succederebbe se gli altri ci sentissero come soggetti, se cioè si sentissero legati a noi da un rapporto di empatia o di solidarietà e rispettosi dei nostri sentimenti e delle nostre scelte e non condizionati da rapporti oggettivi di vincoli e norme sociali. Questi rapporti rientrano nel concetto di utile poiché non adattarsi a tali norme fa perdere qualcosa e più precisamente fa perdere il vantaggio delle relazioni che derivano dall’etica sociale, che (v. pag. 59) è un’etica “relativa” a differenza dell’etica che deriva dalla solidarietà, la quale, facendo invece riferimento all’elemento fondante del soggetto, cioè al senso della vita, consente di stabilire delle relazioni empatiche sempre e con chiunque senza una critica delle sue scelte.

 

 

 

 

 

Come dicevamo nel momento in cui esiste un’informazione ed in particolare un’informazione scientifica, l’uomo è tentato di usarla, cioè, normalmente usare un’informazione è considerato un vantaggio, mentre non usarla è considerato una follia ed anche un crimine. Tuttavia l’uso di informazioni, che non vengono dalla propria esperienza, diminuisce il senso della soggettività, cioè la capacità di sentirsi soggetti.

L’uso di un’informazione significa infatti, su un piano pratico, non dover ripetere il processo conoscitivo che ha portato a quella informazione. Se tale processo è frutto dell’esperienza del soggetto, egli ne avrà in qualche modo memoria ed egli la sentirà come sua, rendendosi conto, per averle provate, delle conseguenze che esse portano al suo sistema. Se invece le informazioni derivano dal processo vissuto da altri o ottenuto tramite meccanismi esterni, esse non coinvolgono una sua esperienza personale, non ne consentono una valutazione più completa e non consentono una crescita esistenziale del soggetto. Tutte le volte che si rinuncia ad una propria esperienza in cambio dell’ottenimento di un bene (o di un’informazione) ottenuto dall’attività di altri, si dà valore all’oggettività e non alla soggettività.

Si ritiene cioè che l’oggetto è più importante dell’esperienza e che il risultato è più importante del processo.

Il punto in cui si preferisce il risultato all’esperienza è dato dallo sforzo che siamo disposti a sostenere noi per avere un certo risultato.

Nei limiti in cui non abbiamo la forza per sostenere quello sforzo, noi preferiamo delegare tale sforzo alla forza o al giudizio di altri (o alla tecnologia) o alle sue informazioni e preferiamo rinunciare all’esperienza personale.

Di fronte ad una questione che riteniamo urgente o di vitale importanza, non avremo dubbi, useremo cioè tutti i mezzi e le informazioni disponibili per ottenere il risultato.

Quindi le due variabili sono: la forza soggettiva e l’importanza del risultato.

Sono entrambi variabili soggettive che cambiano nel tempo.

Esse sono connesse tra di loro e si esprimono nel soggetto con dei giudizi di valore il cui bilanciamento determina le sue scelte.

Questo criterio nell’Eugenetica vale sia quando vogliamo dare al nascituro degli elementi in più, sia quando vogliamo evitargli di vivere con degli elementi in meno.

Siamo sempre noi che ci rappresentiamo la vita dell’altro in base a dei parametri nostri o della società di cui ci sentiamo parte, per i quali vogliamo che l’altro sia in un certo modo.

In quel momento se noi vediamo l’altro solo in funzione di quei parametri, non teniamo conto della sua vitalità, della sua capacità di essere un soggetto autonomo, creatore di infinite modalità intorno a sé.

E l’altro, comunque sia, soffrirà sapendo di essere stato considerato come un oggetto invece che riconosciuto come un soggetto capace di essere all’altezza del proprio sé, al quale noi non siamo disposti a dare la solidarietà necessaria.

Il problema è quindi prima di tutto nostro: se siamo cioè capaci di recepire le differenze dell’altro nel nostro sistema di valori considerando l’evento come foriero di arricchimento, o se lo sentiamo fonte di impoverimento. Quando esiste la possibilità di conoscere e modificare le cose, dobbiamo avere un’estrema forza interiore per resistere a tale tentazione ed alla tendenza di impoverirci. Infatti non è la capacità di evitare i problemi che arricchisce la personalità, ma è la capacità di fronteggiarli, poiché questo porta un aumento di esperienza e di soggettività.

Naturalmente questo è molto difficile in una società che condanna ed emargina chi non segue i valori dell’oggettualità, una società che esalta la facilità dei rapporti e l’utilità dei rapporti, e che considera lo sforzo come un momento negativo e non già come il mezzo per approfondire e far crescere la propria esperienza.

Invece in una comunità dove le relazioni tra i suoi componenti fossero soggettuali, cioè solidali, sarebbe più facile sostenere il peso di una disgrazia.

Il concetto di disgrazia o di insuccesso, infatti, è anche in funzione di quanto il fatto si discosta da quello che intorno a noi viene considerata la “norma”. In un mondo solidale la “norma” è soprattutto la relazione affettiva e, nel caso di un problema, le connotazioni oggettive delle persone hanno un peso molto più ridotto e meno traumatico.

Invece, in un mondo con tendenza all’oggettualità, cioè al valore delle caratteristiche oggettive ed al valore oggettuale dei giudizi e delle norme, non discostarsi da loro diventa fondamentale e l’individuo resta solo con le sue problematiche senza il supporto della relazione solidale.

La tendenza a risolvere le problematiche in termini oggettuali, piuttosto che in termini solidali, non risolve il problema, può risolvere i singoli problemi, ma i problemi sono infiniti, se ne ripropongono sempre di nuovi e l’individuo, senza la solidarietà degli altri, alla fine rimarrà sempre solo con i suoi problemi. E senza un rapporto soggettuale con gli altri che lo sostenga e che crei in lui forza e consapevolezza dei valori della sua soggettività e che gli consenta di lottare, egli sarà sempre oppresso dai problemi, timido e succube delle eventuali disgrazie. Il soggetto, infatti, finché lotta, non è sconfitto, è la lotta che lo fa sentire capace di confrontarsi con i  problemi e lo fa sentire vivo, anche nei momenti più estremi.

Pensando solo di rimuovere le difficoltà (accanimento terapeutico o tecnologico), noi invece di accettarle nel nostro sistema interno ed adattarci ad esse, rafforzandoci, cerchiamo di spostarle ma non potremo eliminarle, perché le difficoltà esisteranno sempre finché esiste la vita e solo accettandole e chiamandole “realtà” o “destino” o “volontà di Dio”, cioè derivanti da elementi più importanti di noi, noi sentiamo di doverli affrontare e accettare con la nostra forza interiore, per quello che sono.

La scienza e la tecnologia proponendoci continue speranze esaltano l’incapacità di accettare la morte.

E’ chiaro che ognuno fa il possibile per non soccombere alle malattie e per aiutare un proprio caro ed a maggior ragione un genitore cercherà di aiutare il proprio figlio con tutti i mezzi disponibili.

Ma è questo “possibile” il punto che la conoscenza tecnologica sposta sempre più avanti lasciando invariato il rapporto tra l’ansia del soggetto e i mezzi disponibili.

Tanto più si pensa che ci siano dei mezzi disponibili, tanto più, si cerca di averli, escludendo fino all’ultimo l’accettazione del problema.

Quando invece l’accettazione del problema è condivisa socialmente, si apre la porta al beneficio della solidarietà. Ma fino a che si spera nella soluzione del problema con mezzi tecnici, ognuno punta su questi e resta solo con la sua angoscia.

Evitare i problemi è la strada più facile ma non quella che dà necessariamente maggiore soddisfazione. Significa spesso illudersi di poter risolvere i problemi senza avere la forza interiore per affrontarli. Ma è la strada della scienza e della tecnologia e, nel caso specifico, dell’eugenetica: spostando i problemi, togliendoci la forza e scompensando la struttura della vita.

E’ chiaro che dato il progredire della scienza questo è un processo irreversibile, poichè nel momento in cui esiste una possibilità di soluzione la si vuole e, come dicevamo, l’inverso sarebbe innaturale; ma forse è utile sapere in quale trappola ci ha portato l’esasperazione della conoscenza tecnologica e forse saperlo ci può spingere ad una maggiore solidarietà senz’altro benefica alternativa alla esasperata ricerca scientifica.

E questo vale in particolare per l’Eugenetica positiva, perché nel momento in cui la Società stabilisce dei criteri esterni ed oggettivi per definire che è meglio essere in un modo piuttosto che in un altro, e nel momento in cui si può tecnicamente raggiungere quell’obiettivo, non ci sarà nessuna ragione per non farlo, se non opponendosi alla società ed affermando i propri valori ma al costo di una emarginazione sociale, economica e probabilmente anche giuridica.

Quello che ha importanza è il rapporto tra l’individuo e il suo problema e la capacità che l’individuo ha di inserirlo nel suo sistema soggettivo e relazionale e la capacità soggettiva di resistere, alla oggettualità degli altri.

Quindi, tornando all’eugenetica, se una norma valida per tutti dovesse essere decisa è certamente quella di considerare un crimine l’eugenetica sia positiva che negativa e la continua ricerca tecnologica che ne crea le premesse.

Non già perché esista negli altri un qualche valore assoluto ed intoccabile, ma perché, come dicevamo,  il valore assoluto è in noi attraverso la rappresentazione più vitale possibile dell’altro e della vita e quindi non oggettuale, e difenderla è il nostro obiettivo più importante.

Questo vale anche per l’eutanasia, a meno che non ci sia il consenso dell’altro o la sua richiesta di essere aiutato a risolvere la sua sofferenza (tutte le volte che l’altro soffrendo chiede di essere aiutato).

Quando si decide unilateralmente di “togliere la spina” ad una persona che soffre, non lo si fa per la persona ma per noi che non riusciamo a sostenere l’idea che quella persona soffra, cioè la si tratta come oggetto. Diverso è il caso della persona che chiede di morire. In tal caso è lei (soggetto) che decide.

Quante volte vediamo delle persone menomate ma piene di gioia di vivere se contornate da persone che le trattano come individui normali. E viceversa sappiamo di persone che a prima vista avevano tutto ma che si sono tolte la vita non avendo intorno a loro quello stesso contorno affettivo.

Come già detto, non sto cercando di dare dei giudizi morali che abbiano un fondamento oggettivo fuori di noi, sto cercando di dire che la strada che si sta percorrendo attraverso la oggettualizzazione dell’altro e dei valori, porta ad un impoverimento esistenziale.

Finchè le relazioni sociali si svolgono su un piano della concorrenza, cioè dell’utile, e non sul desiderio di aumentare i propri valori umani, finchè le relazioni umane si svolgono sul piano dell’”avere” e non dell’”essere”, per usare la terminologia di Fromm, finchè non si capirà che questi valori sono quelli più benefici per il soggetto e che sono il suo vero vantaggio, l’eugenetica non ha ragione di non essere usata. Opporsi all’eugenetica con valori etici in un’epoca dove i valori etici sono quelli dell’utile, non serve.

D’altra parte questo supporto che viene dal sentire un rapporto sociale empatico e solidale, che è motivo di forza perché prospettiva di crescita e di vita, e quindi proprio perché tale, è anche motivo di cura su un piano oggettivo, dove ha poca rilevanza se il mezzo terapeutico deriva da pratiche tecnologiche o animistiche.

Il che spiega la validità oggettiva di pratiche curative dei popoli “primitivi” che a prima vista sembrano derivate da superstizioni giudicate generalmente come mera espressione del sottosviluppo e che effettivamente non funzionano più nel nostro mondo, dove si è interrotto il rapporto solidale.

Cioè la rappresentazione positiva del futuro ha un effetto terapeutico oggettivo: essa cura. E di questo è una prova il cosiddetto effetto “placebo”, dove l’idea di prendere un farmaco, produce a volte effetti più curativi del prenderlo effettivamente, o il contatto con la vitalità affettiva di un animale è capace di riportare un individuo dal coma alla vita.

Il che dimostra che la rappresentazione “psicologica” di un qualcosa ha, per il soggetto, lo stesso valore di un “fatto” fisico, e quindi ravvicinando il concetto di “psicologico” al concetto di “fisico” li fa coincidere.

In altra parole la sensazione di uno stato d’animo, di un sentimento, di un concetto, di una relazione col mondo circostante, di un ambiente culturale, più in generale la rappresentazione di una situazione usualmente definita “psicologica”, ha per noi lo stesso valore, la stessa concretezza, la stessa plasticità, la stessa solidità della sensazione di un oggetto usualmente definito “materiale”. La distinzione tra “materia” e “spirito” non è altro che il risultato della nostra oggettualità e della nostra soggettualità, cioè del voler sentire vivo o meno quello che ci circonda e di quanto noi vogliamo analizzarlo o sentirlo. Ed anche il nostro corpo non è qualcosa di opposto all’anima o allo spirito esso è considerato diverso solo quando noi lo consideriamo un nostro oggetto.

Infatti, dal momento che tutto quello che “succede” viene filtrato dalla rappresentazione che noi ne abbiamo, cioè poiché a tutto, consciamente o inconsciamente, diamo un giudizio di valore, giudizio senza il quale non potremmo agire o reagire, quello che conta per noi è il valore della rappresentazione della “cosa” (v. giudizio e rappresentazione). Il fatto che la “cosa” venga definita materiale o spirituale, sul piano teorico non dovrebbe avere molta importanza; anzi ci spinge fuori strada creando delle gerarchie di valori. Oggi con la tendenza all’oggettualità si tende a dare più importanza alla materialità perdendo il valore in sé di quello che sentiamo, bloccando l’emotività del soggetto.

Ma in verità sia “materia” che “spirito” sono entrambi due astrazioni concettuali che esprimono i due atteggiamenti del soggetto, la “oggettualità” e la “soggettualità”.

Ed è contraddittorio il punto di vista di chi, sostenendo che tutto il mondo è materia, compreso il soggetto, esalta poi i valori dello spirito umano che ne consentono l’analisi, per cui da una parte sostiene che non esistono, dall’altra sostiene che hanno un valore.

Possiamo quindi supporre che nel profondo di noi, fisico o psichico siano la stessa cosa. E possiamo altrettanto immaginare l’identità di fisico e psichico all’inizio dell’evoluzione degli organismi viventi, visto che lo sviluppo della loro fisicità è stata il risultato di memoria dell’esperienza e rappresentazione del futuro, il che spiegherebbe questo passaggio e la reciproca influenza tra psichico e fisico, cioè tra soggettività e oggettività.

E se noi immaginiamo il processo evolutivo, dobbiamo sempre immaginare che esso è il risultato di un soggetto che, basandosi sull’esperienza di cui egli ha memoria, oggettivatasi nel suo organismo fisico, si rappresenta in continuazione scenari migliori verso cui tendere, rappresentazione che modificherà la sua struttura organica attuale per raggiungere i futuri obiettivi.

Dove quindi il soggetto è l’elemento costante, che ha sempre una base “organica” su cui basarsi.

Ma, andando a ritroso, dobbiamo immaginare che il punto di partenza non è la base organica, visto che essa è il risultato di un’esperienza che all’inizio evidentemente non esisteva ancora, ma è il soggetto, che è appunto la premessa dell’esperienza.

Quando la “scienza ufficiale” non capisce guarigioni o problemi, è portata a dire che essi derivano da suggestioni o che sono “fatti psicologici”, cioè non reali e non scientifici e quindi non validi o comunque appartenenti ad una classe inferiore di fenomeni.

In verità, un fenomeno soggettivo è altrettanto valido di un fenomeno oggettivo, è soltanto diversa l’ottica da cui vogliamo valutarlo.

La maggiore conoscenza delle componenti parziali della realtà, cioè il riduzionismo scientifico porta fatalmente ad una oggettualizzazione della realtà e ad un riduzionismo esistenziale.

Ci siamo imbarcati in un meccanismo di vita dove non è più possibile non usare tale conoscenza.

Le società che non avevano tale conoscenza ma che si sviluppavano tramite la loro esperienza non tecnologica, riuscivano ad avere una visione completa della loro vita, consona ed equilibrata rispetto alla loro esistenzialità, ed erano capaci di metabolizzare le difficoltà all’interno del loro sistema psicologico e sociale anche accettando il loro destino. Oggi, sapendo o pensando di poter rimuovere le difficoltà con la tecnologia, cerchiamo fatalmente di evitarle, ma l’idea di difficoltà si sposta sempre più avanti. Nel momento in cui tendiamo a risolvere un problema, noi troveremo sempre delle nuove difficoltà che prima non erano tali, o non erano conosciute. Le accettavamo perché, non sapendo di poterle evitare trasformando quella realtà, eravamo automaticamente più capaci di sostenerle sia sul piano fisico che sul piano psicologico: eravamo più forti.

Questo cercare di  trasformare la realtà con mezzi tecnologici per evitare le difficoltà, porta ad una riduzione sempre più accentuata della nostra capacità di sentirci soggetti, porta ad una riduzione, della nostra forza interiore, della nostra energia, della nostra vitalità e della nostra capacità di relazionarci.

Relazionalità

Come detto prima (concetto di soggetto), non esiste il soggetto senza le sue funzioni, cioè senza le sensazioni che vengono dalle sue funzioni che lo relazionano con il mondo esterno e che costituiscono la premessa della consapevolezza di se stesso.

Possiamo quindi dire che non può esistere la vita senza le relazioni che consentono tali funzioni, da cui deriva che, a parità di condizioni,  quante più relazioni un organismo ha, e tanto più tali relazioni sono intense, tanto più il soggetto è vivo e si sente vivo.

Quindi dal momento che questo provoca nel soggetto l’arricchimento del senso del proprio sé, la relazionalità sul piano logico dev’essere considerata un vantaggio e sul piano emotivo va sentita come valore.

Mentre invece “monocultura” o “monotonia” che vuol dire riduzione di relazionalità, significa riduzione delle componenti necessari per la vita ed impoverimento esistenziale.

Relazionalità che possiamo chiamare “verticale” o “orizzontale”, e forse questa definizione ci può aiutare nella scelta dei nostri comportamenti, dove: “verticale” è il risultato di una valutazione analitica e razionale e tende alla crescita quantitativa, all’accumulo e alle relazioni che ci fanno crescere nella scala gerarchica della società; mentre la relazionalità orizzontale è quella che espande le nostre emozioni intorno a noi verso quello che ci circonda, senza tener conto di vantaggi o svantaggi, ma che ci collega solo sul piano del riconoscimento dei soggetti viventi in quanto tali e che sentiamo tali a prescindere dalla categoria gerarchica a cui appartengono, legandoci a loro sul piano del sentire e con calore emotivo.

Verticale è emotivamente più freddo e tendenzialmente maschile, orizzontale è caldo e tendenzialmente femminile.

Ognuno di noi si muove all’interno di questi parametri, dove ognuno cerca la propria combinazione ottimale.

E’ chiaro che il rapporto affettivo con un altro soggetto è più arricchente, cioè comporta un dialogo che muove dentro di noi più emozioni della relazione con una persona di cui cerchiamo solo i servizi o che cerchiamo solo di sfruttare.

Ma siamo noi che scegliamo il tipo di rapporto che vogliamo avere con il mondo circostante.

E quindi è nell’interesse del soggetto di cercare di circondarsi di soggetti vivi e preservarli.

Relazionalità, condivisione e bellezza

Ed è per cercare di relazionarci con soggetti vivi che nei momenti in cui sentiamo il bisogno di relazionalità, noi cerchiamo di contornarci di rappresentazioni “artistiche” soggettuali con le quali relazionarci. Diamo dei colori alle pareti di casa, dipingiamo un quadro, creiamo della musica o una statua, scriviamo, lottiamo per un ideale,…, in un desiderio continuo di relazionarci, secondo le nostre specifiche modalità. Cerchiamo così di riempire il vuoto relazionale, dando un vigore soggettuale alle cose intorno a noi e creando “cultura”. Riproponendoci quindi con questi mezzi una relazionalità emotiva.

Sono mezzi sostitutivi e virtuali di una emozione reale, ma sono mezzi ai quali diamo un valore “assoluto” perché attraverso di loro ritroviamo il momento assoluto, sintetico e non analitico, che è appunto il momento esistenziale della relazione e che nel momento in cui adempiono a questa funzione noi chiamiamo “bellezza”.

Per cui l’artista, lo scrittore, il filosofo e l’individuo in genere, quando entra in questa fase relazionale con se stesso ha bisogno di produrre. Egli ha anche bisogno di stare solo poiché è l’isolamento che gli permette di sviscerare questo bisogno; o meglio, egli produce la sua opera “quando è solo” e quando sente che la relazionalità che il mondo gli offre non gli è sufficiente per soddisfare in quel momento il suo bisogno.

E quando la sua “produzione” artistica riuscirà a colmare con la rappresentazione della sua emozione, cioè con la rappresentazione di una relazionalità, questa carenza relazionale, egli avrà prodotto qualcosa che potremmo definire “bello”.

Bellezza che avrà un valore catartico nel momento in cui avrà raggiunto questo obiettivo e che avrà tanto più questo valore quanto più egli avrà investito le sue emozioni e le sue forze per crearla, poiché sono queste che gli danno la sensazione di aver raggiunto la relazionalità nella forma più profonda possibile e di cui sente la mancanza.

Bellezza, Condivisione e Relazionalità

In generale possiamo dividere tutte le azioni del soggetto in due categorie: quelle che egli fa per sé e che possiamo genericamente definire “utili”, e quelle che egli fa per gli altri e che hanno varie definizioni: generosità, affetto, simpatia, idealismo, etica, ecc…

Mentre le azioni utili, poiché il soggetto le fa per sé, non implicano una condivisione di sentimenti con altri soggetti, infatti essendo finalizzata all’utile di se stesso, non ha bisogno di essere condivisa, tutte le altre invece implicano un modo di sentire comune che possiamo chiamare condivisione emotiva e che escludono la finalità dell’utile.

Quindi dal momento che il senso del bello è un sentimento che si condivide, la condivisione non può far parte dell’utile e d’altra parte, quando c’è l’utile, poiché questo esclude la condivisione, non c’è neanche la bellezza.

Anche se una “cosa” da un punto di vista oggettivo può essere contemporaneamente utile e bella, quando noi emotivamente la sentiamo, non possiamo avere due emozioni contrapposte per la stessa cosa nello stesso momento.

E quando dobbiamo scegliere se una cosa è per noi o per gli altri, dobbiamo riconoscere che non possiamo avere contemporaneamente due obiettivi, poiché avere un obiettivo implica una scelta, ed alla fine dobbiamo scegliere tra noi o gli altri, tra utile o condivisione, cioè tra utile o bello.

Mentre invece tutte le volte che vogliamo condividere con l’altro qualcosa, vuol dire che questo qualcosa è bello; in altre parole la condivisione è sempre e solo la condivisione di una cosa bella.

Possiamo ancora dire che il valore della condivisione e della bellezza sta in loro stesse e nelle emozioni che suscitano in noi, noi le sentiamo per se stesse e non per il risultato che ci possono dare; nel qual caso esse rientrerebbero nella categoria dell’utile. Condivisione e bellezza sono quindi dei valori assoluti, non relativi, e in quanto tali non sono il risultato di un confronto razionale tra due cose o due azioni per scegliere la migliore.

Se, più in generale, consideriamo che la relazionalità è la premessa della condivisione, dobbiamo riconoscere che anche essa è una condizione necessaria del bello.

Cioè: il processo dato da relazionalità, condivisione e bellezza è un tutt’uno e si identifica in un unico modo di sentire e di comportarsi e, quando noi sentiamo la relazionalità che porta alla condivisione, noi stiamo sentendo la bellezza e viceversa: quando noi sentiamo la bellezza di qualcosa, noi non possiamo non riconoscere che stiamo condividendo o desideriamo condividere qualcosa con altri.

Quando il soggetto non ha la possibilità di relazionarsi con gli altri e di condividere con loro le proprie emozioni, egli cerca di rappresentare la bellezza oggettivandola in vari modi: costruendo, organizzando, creando immagini artistiche, cioè egli tende a ricreare fuori di sè quei momenti emotivi che dentro di sé egli sente “belli” e dove tutte queste varie forme di rappresentazione della bellezza, sono un’attesa e una speranza della condivisione non ancora raggiunta.

Anche se il senso del Bello può avere varie forme espressive, alla sua base c’è sempre il desiderio di condividere emozione con un altro soggetto.

Per cui il senso della bellezza è uno stato d’animo, non è un oggetto,  e comprendendo quindi che il concetto di “bello” non è una cosa fuori di noi  indipendente da noi, ma è una nostra emozione che esprime relazionalità e condivisione, si può capire che soltanto con questa noi possiamo creare e sentire la bellezza, cioè soltanto passando dal concetto astratto della bellezza alla pratica della condivisione.

Quando sentiamo la carenza di bellezza intorno a noi, dobbiamo capire che questo è il risultato della solitudine che deriva dalla priorità che diamo ai nostri problemi e che soltanto attraverso la condivisione emotiva, con gli altri possiamo colmare.

D’altra parte non è cercando soltanto di creare delle cose belle che riusciremo a placare il bisogno di bellezza, se cerchiamo solo di creare cose belle noi creeremo soltanto rappresentazione della bellezza, cioè la nostalgia della bellezza, la speranza della bellezza, cioè solo la speranza della condivisione che continua a mancarci, narcisismo nostalgico di qualcosa che ci manca senza avere la forza di ricreare la condivisione.

L’emozione della condivisione è la “bellezza” e la  rappresentazione della “bellezza” è solo il suo sostituto.

Sul piano della società questo narcisismo porta ad idealizzare la cultura della bellezza, invece di idealizzare la cultura della condivisione.

E’ indubbio che una nostalgia comune crea un senso di condivisione, ma non porta la gioia.

Abbiamo detto che la rappresentazione oggettiva della bellezza è la rappresentazione di “qualcosa” che sentiamo bello, a cui tendere, ma questo “sentire” e quindi questa rappresentazione ha vari livelli di emotività e/o di razionalità.

Possiamo sentire “bella” sia un’idea, sia un'”emozione”, cioè la bellezza può esprimere vari gradi dell’una o dell’altra.

In altre parole il soggetto può ritenere bello una rappresentazione della bellezza con un contenuto variabile di razionalità e/o di emozione.

Tale combinazione sarà in funzione del livello di astrazione concettuale o di virtualità della “realtà” in cui vive il soggetto.

In una “realtà” sempre più virtuale come la nostra, dove il contatto con la realtà primaria è mediato dai concetti e dove le nostre funzioni non vengono più usate o vengono usate in maniera ridotta, la nostra realtà tende ad essere meno rappresentata dalle sensazioni e dalle emozioni che prima venivano dai nostri sensi e dalle nostre funzioni e tende ad essere rappresentata dai loro concetti, quindi più astratta, più razionale, meno “concreta”.

Ma una realtà più astratta avrà come conseguenza una concezione del “bello” più “razionale”, meno caldo affettivamente; il “bello” tenderà ad essere la rappresentazione di un’idea e non più la rappresentazione di un’emozione primaria, tenderà ad essere la rappresentazione dell’idea dell’emozione primaria.

Dall’altro lato, dato che la razionalità porta al capire, all’analisi, ma non alla emozione della condivisione, il senso del “bello” tenderà a ridursi sopraffatto dall’idea dell'”utile”.

La razionalità, come abbiamo già detto, è il momento  necessario per approfondire e risolvere i problemi, dove si sente la realtà come oggetto da modificare, quindi momento dell’utile, dell’individualismo (e della solitudine).

In una società tecnologica  e razionalista quindi si tende a perdere il senso del bello sostituito dal valore dell’individualismo.

La separazione del concetto di bellezza dal concetto di condivisione e l’idealizzazione della bellezza come entità a se stante, porta ad istituzionalizzare la bellezza come valore oggettivo, in sè, e a sottrarla all’emozione del soggetto.

Così facendo essa viene posta fuori di lui e dandogli delle regole oggettive che gli tolgono la possibilità di sentirla soggettivamente quale espressione intrinseca, automatica e continua della sua emotività e di una sua modalità soggettiva di vivere.

Istituzionalizzando la bellezza, essa viene sentita come valore solo nel momento della sua rappresentazione, quindi nel momento in cui il soggetto ne sente la mancanza.

Ma con la sua idealizzazione fuori dal concetto della condivisione, egli viene privato della possibilità di viverla in ogni momento della sua vita in quanto essa esisterebbe solo in momenti specifici, tendenzialmente “culturali”. La relazionalità e la condivisione, invece, è un continum che non necessita di essere identificato e che basta per quello che è. Nel momento della condivisione non abbiamo bisogno di mettere la bellezza su un altare.

E quando ci emozioniamo per un concetto razionale significa che quel concetto è passato dalla sfera razionale a quella emotiva per cui non assolve più la sua funzione conoscitiva o applicativa (che sarebbe quella dell’utile).

Ri-identificando la bellezza con il momento relazionale, la riportiamo nel momento dell’emozione e dell’affettività spontanea, sottraendola alla necessità di una sua rappresentazione esterna. E’ meglio godere che rappresentarsi il godimento; certo se non possiamo godere, va bene anche rappresentarsi il paradiso perduto.

La rappresentazione della bellezza è l’espressione di una carenza affettiva di cui tutti soffriamo per definizione,  e con tale rappresentazione cerchiamo di riempire il vuoto. D’altra parte sentendo l’importanza della sua funzione, siamo portati a idealizzarla e quindi a istituzionalizzarla, facendola rientrare nell’etica della cultura.

La rappresentazione della bellezza ha evidentemente una funzione catartica, in quanto ci fa capire quali emozioni ci mancano nella realtà, ma di cui dobbiamo capire i limiti e l’origine per rimuovere le cause. Essa è un sintomo che ci permette l’analisi di quello che ci manca, non è l’obiettivo a cui tendere. L’obiettivo, infatti, è quello di vivere la bellezza e di vivere quindi la condivisione senza limitarsi alla sola rappresentazione.

I grandi artisti sono degli individui che dobbiamo ringraziare, ma che non sempre è il caso di invidiare. Essi, così come chi lotta per affermare degli ideali, sono sempre mosso dalla sofferenza.

D’altra parte, avendo riconosciuto che la relazionalità con il mondo è la condizione necessaria per l’esistenza del soggetto ed è il mezzo per creare la vita, e per alimentare la vita dei sistemi viventi che ci circondano possiamo anche dire che la bellezza, attraverso la condivisione, è l’obiettivo della vita, la cui prova inversa la troviamo tutte le volte in cui sentiamo avanzare dentro di noi il senso di solitudine che, spingendoci alla depressione, esprime la incapacità di relazionarci con gli altri e di sentire il senso della bellezza.

Invece, tutte le volte che noi miriamo all’utile, pur necessario per la nostra sopravvivenza, noi fatalmente perdiamo la relazionalità, la condivisione e la bellezza.

La condivisione è un flusso automatico, non è la scelta consapevole di fare o non fare una serie di eventi. Non è soltanto cercando di fare una serie di cose che noi possiamo sentirla.

Tutte le volte che siamo noi a scegliere razionalmente di andare, di fare, di creare, tutte le volte che questo è il frutto di una scelta, conscia, scelta tra cose comparabili sentite come momenti individualizzabili e mentalmente separati gli uni dagli altri, noi saremo forse molto attivi ma continueremo ad essere soli con le cose che abbiamo costruito.

L’effetto della condivisione è il senso di essere trasportati da un fluido caldo che non ha un obiettivo, ma che è esso stesso l’obiettivo, il valore, il piacere, la sicurezza, il legame, momento sintetico, olistico, mosso dal collegamento delle emozioni, senza calcolo di nessuna natura se non l’emozione di sentirlo.

Dal momento che la bellezza è l’espressione di una condivisione, essa non deve essere accompagnata dal senso di possesso, che è un concetto che riguarda l’utile, ed anzi se non si collega la relazionalità e la bellezza al possesso della cosa bella, si amplia la possibilità di godere. A meno che il possesso non venga considerato una condizione necessaria per far crescere un mezzo necessario alla nostra relazionalità. Se però si tiene conto, come dicevamo altrove, che il vantaggio esistenziale delle relazioni non è solo in funzione della quantità di relazioni, ma soprattutto della profondità e della forza del legame emotivo, questo non cresce all’aumentare e delle cose possedute il cui bisogno di energia è anzi tendenzialmente un elemento di disturbo.

Tornando al meccanismo della relazionalità e alla sua origine, questa si manifesta nell’individuo inizialmente fin dalla nascita col meccanismo dell’”imprinting”, per il quale ogni individuo, uomo o animale, alla sua nascita tende a legarsi al primo oggetto che si muove e che gli si presenta e non necessariamente alla madre, dimostrando così che la relazionalità è un meccanismo insito nell’individuo.

Per cui possiamo supporre che con questo meccanismo ogni individuo alla nascita si lega a chi, o a quello che, gli trasmette delle sensazioni o delle emozioni. Cioè, fin dalla nascita esiste un meccanismo interno che attiva le emozioni e che, a loro volta, sono il mezzo per legarsi e relazionarsi con qualcuno o qualcosa che, attivandole, diventa un valore.

Noi nasciamo legati all’altro, parti dell’altro, dove all’inizio della vita un soggetto non può sentire il mondo fuori di sé come oggetto, poiché manca ancora in lui il riferimento all’utile del quale non ha avuto ancora modo di fare esperienza, egli sente solo delle emozioni, cioè sente il mondo circostante solo come soggetto.

L’utile è tale solo dopo che il soggetto ha effettuato delle esperienze che gli consentono di individuare gli obiettivi di cui ha bisogno e di fare dei confronti. Questi obiettivi non esistono finché non si è formato il senso di una carenza e quindi di “confronto” che possa far desiderare al soggetto qualcosa di “meglio”.

All’inizio della vita, quindi, esiste soltanto il senso di soggettualità dove l’altro è parte di sé.

Questo è l’unica cosa che il soggetto può sentire nel mondo circostante (madre o altro).

Da quel momento in poi il concetto di soggettualità tende a ridursi man mano che il soggetto si muove nella sfera dell’utile a contatto e a confronto con i bisogni che gli si presentano e che egli individua sempre più razionalmente. Per cui, con il crescere dei problemi che derivano dall’ampliamento delle sue relazioni con l’ambiente aumenterà la razionalità, l’individuo affinerà la capacità di analizzare e di scegliere e la sfera dell’utile aumenterà di importanza.

Essa, però, avrà sempre come suo obiettivo ultimo la vita e la vitalità.

Cioè non esiste la possibilità di fare qualcosa solo perché essa è utile, senza pensare e sentire che quell’utile è un mezzo per sostenere la vita. L’utile in sé e per sé non esiste. L’utile per definizione è un mezzo. Il fine è la vita, né può esistere un mezzo senza un fine.

Si può obiettare che il soggetto abbia come finalità solo la propria vita. Ma questo è una contraddizione in termini. Infatti, se egli pensa solo alla propria vita, vuol dire che egli usa solo il concetto di utile, cioè di “mezzo”, ma solo con il concetto di mezzo e non di fine, il soggetto non può esistere,  in quanto la vita esiste solo nel rapporto con l’altro, quando gli si riconosce i valori soggettivi della vita (soggettualità) e si stabilisce con lui una relazione dove si sente l’emozione e l’origine dello slancio vitale. Finché il soggetto pensa solo a se stesso, non potendo vivere il senso profondo della vita, continua a sentire il bisogno di relazionalità che è appunto la premessa della vita e sente quindi la sofferenza che viene dalla solitudine. Alla nascita, come dicevamo, viene prima il concetto di vita e di relazionalità e solo successivamente il concetto di utile: di entrambi il soggetto ha bisogno per la vita.

Mentre il concetto di utile è un valore relativo, invece il concetto di vita (o meglio di vitalità) e il suo sentirlo, è un concetto assoluto e quindi superiore a tutti gli altri.

Quando invece, come nella società attuale il concetto di utile diventa valore assoluto, vuol dire che la vita di questa società è in pericolo poichè non c’è posto per la relazionalità e per la condivisione.

Il meccanismo innato della relazionalità rientra nel bagaglio organico dell’individuo come lo sono le altre funzioni: la vista, l’udito, la muscolatura, ecc…, che se non vengono impiegate si atrofizzano. Il soggetto a partire dalla nascita continuerà ad usare la relazionalità in forme sempre più complesse per tutta la vita, che lo lega alla vita, cioè lo lega all’altro al di fuori di sé (e al mondo in generale), inteso come sorgente di sensazioni che attivano il soggetto.

Il che è dimostrato proprio dal fatto che alla nascita l’individuo si dirige verso elementi che si muovono e che essendo attivi gli danno delle sensazioni nuove. Di conseguenza l’individuo sarà tanto più legato all’altro al di fuori di sé, quanto più questo sarà capace di trasmettergli sensazioni o emozioni, quanto più l’altro esprimerà vitalità nei suoi confronti. Infatti è la vitalità dell’altro, e che il soggetto è capace o disposto a recepire attraverso le emozioni, l’elemento che attiva le sue funzioni per fare insieme all’altro e di cui la forza delle emozioni è altresì la misura, dandogli così il senso delle sue capacità di affrontare i problemi e più in generale di relazionarsi con il mondo e espandersi nella vita intorno a lui. Questa valutazione della sua capacità relazionale è un elemento essenziale della sua esistenzialità e attraverso questa valutazione anche inconscia egli ottiene una maggiore o minore soddisfazione. Ha così la conferma o meno che le sue funzioni hanno svolto e sanno svolgere il compito che risponde al loro livello di creazione evolutiva, dandogli quindi il senso della propria identità, cioè di essere un soggetto.

Per cui possiamo dire che la realizzazione della propria identità è il primo obiettivo di ogni essere vivente. E il senso della propria identità, è in funzione del tipo di relazione che si è capaci di stabilire. Cioè, quanto più ci relazioniamo con soggetti che hanno raggiunto ed esprimono una propria identità (cioè esprimono al massimo la loro funzionalità e le loro emozioni) e quanto più lo faremo con forza, tanto più noi troveremo soddisfazione nel rapporto con loro e senso del nostro valore.

In altre parole il nostro riconoscimento dell’identità dell’altro e del suo valore, sono la premessa necessaria per una relazione soggettuale con noi. Condizione necessaria ma non sufficiente. Perché sia tale, infatti, abbiamo bisogno di poter esprimere anche noi il nostro livello di esistenzialità e di emozioni, dobbiamo quindi essere anche capaci di relazionarci con dei soggetti che esprimono il nostro stesso livello emotivo.

Se consideriamo quindi che l’imprinting della relazionalità, questo meccanismo originario che ci lega all’altro, deriva dalla prima e più profonda relazione che ogni individuo ha, cioè quella con la madre, sia durante la fase fetale che durante la prima infanzia, dobbiamo capire che oggi, nell’attuale struttura sociale, la relazionalità tende a ridursi. Infatti, le madri nella società occidentalizzata riducono sempre di più il contatto con i figli già dal momento in cui nascono, affidandoli spesso a persone o strutture esterne, fino ad ipotizzare di affidare la gestazione ad un’altra donna o a far procreare in un utero artificiale. Certamente questo succede anche per mancanza di tempo ma anche perché loro stesse stanno perdendo, come tutti, in un continuo circolo vizioso, la capacità della relazione in un continuo circolo vizioso, la mancanza di questa esperienza è quindi l’origine della perdita di uno degli elementi fondamentali del rapporto soggettuale e della sua ricchezza esistenziale. A causa di una riduzione del rapporto con la madre, si tende a perdere la capacità di sentire il rapporto con l’altro come un elemento del proprio sé, per cui  si sente l’altro come elemento staccato da noi e verso il quale, provando poche emozioni, non resta che sentirlo come un essere sempre meno animato e quindi sempre più come oggetto e come tale suscettibile soprattutto di essere usato come mezzo.

Momento sintetico; concetto di assoluto e valore in sé

Abbiamo detto che il momento oggettuale è il momento della relatività, dove si analizza, si confronta, si sceglie, si considera l’altro come mezzo.

Ma il soggetto, come già detto (v. pag. 25), sente anche il momento sintetico, dove egli si identifica con quello che sente e non analizza le sue sensazioni e quindi non considera se stesso e quello che fa come un fatto esterno ma le sente in un modo olistico e indistinto.

E’ il momento in cui il soggetto sente e crede nei suoi valori, senza più analizzarli; il momento in cui il soggetto sente che quei valori non hanno più bisogno di essere spiegati perché essi sono i valori ultimi, fondanti del suo modo di pensare e di agire, è il momento in cui il soggetto vive l’etica della propria esistenza, l’importanza di sentire quello che sente e quello che è.

E’ quando il collegamento con le cose intorno a lui non ha bisogno di spiegazione perché lui le sente senza dover reagire. E’ il momento dell’equilibrio con le nostre emozioni. Gli altri e il mondo circostante, quando considerati come oggetti di cui si valuta l’utilità sono sempre relativi, mentre la relazione con gli altri in quanto “soggetti”, dove li si sente emotivamente, identificandoli con il proprio sé, è una relazione soggettiva sintetica, dove si sente intorno a sé un insieme di cui noi facciamo parte che è nostro, che è noi e quindi non ha bisogno di essere analizzato (v. pag. 68 Evoluzione ed Equilibrio).

Quando il soggetto si rende conto di essere l’elemento fondante delle proprie scelte o crede in modo incondizionato nei suoi valori, egli sente in modo assoluto. C’è una presa di coscienza del proprio valore o del valore delle cose in cui crede (come nell’etica).

L’idea di assoluto è particolarmente sentita nel concetto del libero arbitrio, dove l’uomo sente di essere il soggetto fondante delle proprie scelte, non condizionato da altri e quindi libero. Ma il concetto di libero arbitrio, cioè la sensazione dell’io incondizionato, che è uno dei momento più espressivi della soggettività, su un piano teorico vale solo per il soggetto nel momento in cui si sente tale, non può essere applicato quando analizziamo le cause delle scelte nostre o degli altri.

Per cui, nel momento in cui viviamo la nostra scelta, sentiamo che ne siamo noi la sua causa primaria e che tale causa non è fuori di noi. Sentiamo che la nostra scelta è libera, non spiegabile con qualcos’altro che non sia la nostra volontà.

Invece, se analizziamo il nostro comportamento, o quello degli altri, nelle sue componenti oggettive e nelle sue cause dobbiamo riconoscere che esso è sempre frutto di queste cause in quanto non è pensabile un comportamento oggettivo senza una causa, di qualunque natura essa sia.

Per cui, mentre da una parte è giustificato il giudizio etico sulle nostre scelte e sulle scelte degli altri, giudizio che è il confronto di soggetti che sentono in quel momento i propri valori come valori assoluti e soggettivi e che porta allo scontro con i valori altrui (v. Etica), dall’altra non è logico il giudizio religioso della colpa che fa riferimento ad una autorità metafisica, cioè esterna.

Se infatti crediamo in un Essere creatore dobbiamo anche ammettere che questo conosca le sue creature e tutte le cause che concorrono a produrre le sue azioni e da cui esso dipende; quindi non ha senso che lui giudichi le sue creature per quello che fanno. Ora o Dio è creatore, per cui conoscendo le componenti delle sue creature non ha senso che le giudichi, oppure sostenendo il libero arbitrio, si sostiene la possibilità che esistano azioni senza cause e che quindi sfuggano al creatore, per cui Dio non è più creatore.

L’impossessarsi da parte della religione e da parte della società dei valori etici, toglie l’eticità a tali valori, cioè toglie loro il senso di assoluto. Infatti, subordinando il loro riconoscimento ed il loro premio alla divinità,  o ad una autorità esterna al soggetto, toglie ad essi il valore della scelta soggettiva dell’individuo. Tali valori diventano oggettuali e vengono perseguiti in funzione di qualcosa che non deriva dal giudizio fondante dell’individuo, ma vengono perseguiti per il riconoscimento da parte della Divinità o di un altro; vengono cioè trasferiti nella sfera dell’utile.

Quindi la religione e la società in generale, quando premiano col loro giudizio, tolgono all’individuo la base della sua soggettività, gli tolgono il senso che i valori nascono dal proprio sé, tendono a castrare la sua identità.

Etica

Nel caso dell’Etica si tende a considerare i valori assoluti, anche come valori universali, cioè si pensa che i propri valori, per il fatto di essere assoluti, debbano essere sentiti anche dagli altri. Il che porta fatalmente a dei conflitti, ma sul piano esistenziale non può essere altrimenti perché se non sentissimo i nostri valori come universali, li sentiremmo come relativi, perdendo quindi quella forza soggettiva ed emotiva necessaria per poter tendere con tutte le nostre energie all’obiettivo definito etico.

L’Etica è quindi uno strumento per difendere detti valori sentiti da un gruppo e che attiva un legame solidale di quel gruppo, necessario alla difesa comune di determinati valori comuni (territoriali, di classe, religiosi, ecc…).

Per cui possiamo dire che l’Etica ha una funzione pratica. Essa astrae e idealizza un valore comune dai valori individuali, valore comune che in un dato momento è ritenuto essenziale per il gruppo ed in quanto tale viene sentito come assoluto. Nel quadro di una interpretazione oggettiva rientra quindi nella sfera dell’utile, ma un utile sociale, non soltanto individuale.

Il sentirlo come valore assoluto consente alla comunità  di non doverlo ridiscutere in continuazione, seguendo quindi lo stesso meccanismo pratico che ha l’astrazione concettuale nel campo della conoscenza razionale.

Mentre infatti, come già detto (v. pag. 26, “Astrazione Concettuale), il concetto, sul piano della conoscenza razionale, ha la funzione pratica di poter dare per acquisita una caratteristica comune ad una serie di oggetti senza dover ripetere “l’esperienza” per ognuno di essi, il “valore etico” seguendo lo stesso meccanismo, estraendo un valore comune e dandogli un valore assoluto, evita che questo possa venire rimesso in discussione dai componenti del gruppo e può quindi spingerli a dei comportamenti che non devono più essere sottoposti né ad analisi, né a dubbi.

L’obiettivo dell’etica quindi è l’obiettivo del gruppo in un dato momento e che cambia man mano che cambiano le necessità del gruppo, per cui gli individui che si ritengono parte del gruppo: o seguono i suoi principi etici, o ne restano fuori.

Ma gli obiettivi del “gruppo” generalmente non rappresentano tutte le necessità degli individui che compongono il gruppo e che, come dicevo, sono necessità comuni ma relative a certi momenti, ad esempio la necessità di difendersi da altri gruppi o dalle calamità naturali. Ma finchè sono problematiche più contingenti , esse non si riferiscono necessariamente a problemi sentiti da tutti gli individui.

I problemi del singolo hanno invece un altro denominatore comune e sono quelli che si riferiscono ai bisogni individuali relativi al suo benessere. Questo è un elemento comune a tutti gli individui in quanto esseri viventi e non solo perché appartengono ad un determinato gruppo. La capacità di sentire le necessità dell’”altro”, in quanto individuo simile a noi e non solo perché parte di uno specifico gruppo e che chiamiamo “soggettualità”, è la premessa per una solidarietà generale e non solo per una solidarietà parziale, come espressa invece dalle singole etiche.

La solidarietà è quindi l’unica “etica” universale, in quanto è un modo di sentire che ha le sue radici nella esperienza primaria della relazionalità individuale e non nelle esperienze “secondarie” dei concetti astratti che invece non hanno una base comune parziale.

Come dicevamo, il processo di astrazione che porta alla costituzione delle etiche è analogo a quello che sul piano della logica razionale porta alla costituzione dei concetti ed in entrambi i casi si ritiene che il processo evolutivo dal particolare all’astratto, dall’emozione e dalla sensazione al concetto e, nel caso dell’etica, dalle necessità dell’individuo a quelle del gruppo, sia più valido perché più universale. In verità, superato il momento della necessità specifica del breve periodo, ci si accorge che questo è un processo depauperante che anche qui possiamo chiamare “riduzionismo”.

Nel caso del processo della conoscenza razionale, infatti, si perdono le emozioni e le sensazioni primarie che sono la premessa della nostra esistenza, invece, nel caso dell’etica, si perdono di vista le vere necessità comuni a tutti gli individui.

L’obiettivo quindi non dovrebbe essere quello di rinsaldare le singole etiche, ma di eliminarle il prima possibile per accedere invece ad un’etica realmente universale, cioè la solidarietà umana.

E’ vero altresì che l’allargamento di un’etica specifica ad un maggior numero di persone implica l’allargamento della sfera solidale (es. una religione universale) ma essa è riferita sempre e solo ad un singolo obiettivo (la religione) che rimane predominante ma escludente rispetto ad altri bisogni degli individui.

Quando altri obiettivi diventeranno più importanti, il legame etico di quel gruppo si sfalderà per creare altri gruppi intorno ad altri valori e quindi con altre etiche.

Poiché le etiche specifiche hanno come oggetto il raggiungimento di obiettivi specifici, esse sono sempre il risultato di una relazionalità verticale e razionale (cioè maschile) mentre l’etica solidale è più tendenzialmente femminile ed orizzontale.

E bisogna capire che, anche se costretti dalle necessità, ogni volta che si rinuncia alla solidarietà in cambio di un valore etico di altro tipo, si perde sempre qualcosa.

La solidarietà è chiaramente un valore “migliore” poiché, mentre l’etica specifica ha come obiettivo la difesa di un valore del gruppo, cioè sempre contro i valori di un altro gruppo, e quindi pur avendo il beneficio di una solidarietà interna, essa deve mantenere una tensione verso l’esterno, nella solidarietà, invece, questo non si ha.

Infatti i valori che la solidarietà difende sono valori di tutti, quindi valori che non hanno nemici.

Nella solidarietà è come se si stabilissero dei rapporti di massimo benessere, dei rapporti sintetici, di equilibrio, dove l’analisi è meno necessaria, dove le energie non mancano.

Questo non succede in un mondo mosso da motivazioni economiche e che divide gli individui in base ai loro interessi particolari.

L’obiettivo quindi è di passare dalla relazionalità verticale a quella orizzontale, cioè dall’economia alla solidarietà.

Al momento attuale, dove l’utilità ha preso il sopravvento sulla solidarietà, il passaggio da un’etica che si basa su valori verticali, cioè utili, ad un’etica che si basa su valori orizzontali, cioè soggettuali, può avvenire solo o tramite la razionalità, cercando di comprendere che questi valori sono migliori di quelli delle etiche specifiche, o tramite l’esperienza, cioè tramite un disastro sufficientemente grande da farci sentire tutti fratelli.

Nel primo caso sarà però un processo lento, dove il ragionamento continuo diventa esso stesso un’esperienza di quello che si vuole raggiungere, ma che per quanto possa essere lento va fatto, se vogliamo recuperare valori veramente universali e duraturi, evitando i disastri.

Fa parte del cammino che l’umanità deve percorrere per tornare a quello che abbiamo perduto, ma che riusciremo poi forse a vivere con maggiore chiarezza rendendoci finalmente conto della sua importanza.

Ed infatti i valori sono tali quando si comincia a sentirne la scarsità, come nel caso presente, questa dovrebbe essere l’era dell’etica consapevole della solidarietà soggettuale, se non vogliamo continuare a distruggerci.

Nè può più essere l’era della solidarietà spontanea che non passa dal ragionamento, visto che l’abbiamo persa.

Il suo ritrovamento passa dalla ragione e attraverso l’analisi. Deve essere l’era in cui attraverso questi mezzi la componente maschile deve capire i valori della femminilità più capaci di emotività.

Certo, nei momenti di difficoltà, per determinati gruppi di individui, è più facile essere etici che solidali, poichè l’etica sembra difendere qualcosa di proprio, mentre la solidarietà sembra far rinunciare a qualcosa di proprio.

In verità nella solidarietà non si cerca di avere qualcosa, ma si cerca di sentirsi con gli altri in un certo modo.

Questa correlazione con gli altri esseri viventi, attraverso il meccanismo della “soggettualità”, consente quindi un collegamento tra tutti gli esseri viventi e con la natura che è la premessa del meccanismo universale della vita e premessa della propria vitalità sul piano personale e relazionale, in quanto non limitata al concetto di “utile”.

Evoluzione ed Equilibrio

Se si accetta come dicevamo la definizione per la quale il benessere e la soddisfazione derivano dall’investimento delle proprie energie e delle proprie emozioni attraverso le proprie funzioni, dobbiamo ammettere che l’equilibrio è il  rapporto tra le energie disponibili e le energie investite, quindi un rapporto interno al soggetto. Da cui consegue che il livello di soddisfazione di qualunque soggetto non deriva dal livello di evoluzione o di complessità del suo organismo, ma dal suo equilibrio e che il grado di complessità di un individuo non è la premessa per la sua maggiore o minore felicità.

In altre parole, l’umanità, a parità di condizioni, non è più felice degli animali, né una società complessa ed evoluta ha maggiori soddisfazioni di una società più primitiva.

Quindi la spinta dell’evoluzione verso una maggiore complessità, non è dovuta all’obiettivo di “evolversi” verso una maggiore felicità ma soltanto la necessità di adattarsi ad una mutata situazione ambientale per poter così ritrovare il proprio equilibrio e quindi il proprio benessere.

Per cui possiamo dire che il concetto di evoluzione e di complessità non esprime ontologicamente la tendenza verso un ordine superiore.

Sia nella società più complesse che in quelle che lo sono meno, le problematiche ci saranno sempre. Esse sono una costante che deriva dalla relazione con l’ambiente circostante, è una costante che è la premessa della vita del soggetto e della sua struttura. Se non ci fossero vorrebbe dire che il soggetto non ha un rapporto con quanto lo circonda, cioè non esisterebbe.

Questa relazione con l’ambiente sarà più o meno complessa, ma tenderà ad essere proporzionata all’energia del soggetto e agli obiettivi delle sue funzioni, cioè tenderà all’equilibrio.

Abbiamo già definito “in equilibrio” o “sintetica” una situazione in cui è costante il rapporto tra la funzionalità del soggetto (energia + funzioni) e le problematiche con l’ambiente circostante e che quindi da’ il massimo di benessere.

Ma poiché il mondo e l’ambiente sono in movimento, hanno cioè energia, l’equilibrio è sempre una fase transitoria.

Infatti equilibrio non equivale a stasi energetica, ma è un rapporto proporzionato tra l’energia del soggetto e il suo ambiente, dove proporzionato significa che il rapporto tra  l’investimento delle sue energie e l’ambiente gli dà abbastanza benessere da non doverlo cambiare.

Questo rapporto attivo del soggetto con l’ambiente, si modifica nel tempo (sviluppo), ma questo cambiamento, se equilibrato, non sarà sentito dal soggetto come una necessità da raggiungere, cioè non porta stress o sofferenza, ma egli sentirà solo il benessere che deriva da quello che fa. Nel momento invece in cui egli sente il cambiamento come una necessità, vuol dire che la situazione ambientale è cambiata al punto da creare nel soggetto uno squilibrio di cui egli deve rendersi conto, a cui deve reagire e deve modificare, di conseguenza, il suo modo di vivere.

L’esaltazione del concetto di progresso e di crescita, oggi inteso soprattutto in senso quantitativo, è quindi il risultato di una situazione ambientale dove l’umanità (parte di essa) sente di dover cambiare per poter sopravvivere, dovuto probabilmente alla sensazione di una limitazione delle risorse e alla conseguente competizione per ottenerle.

Per cui si esalta la competizione e la razionalità  che sono l’aspetto della funzionalità umana più necessari per risolvere i problemi del momento e si da’ loro un valore assoluto ed etico.

In questa situazione siamo stati spinti ad idealizzare la crescita e a darle un valore che invece non diamo più all’equilibrio, che anzi, sentito come “non crescita” viene considerato negativamente. Il che ci porta a concepire l’evoluzione come crescita, in base ad un unico parametro, quello quantitativo, dimenticando la complessità del nostro organismo e delle altre funzioni che normalmente si esprimono con le sensazioni e le emozioni.

Ma questo ci porta anche a dare una valutazione degli altri organismi in base al loro livello di crescita, cioè in base a un nostro  metro di crescita, quantitativa, tendendo quindi a trattare quelli meno “evoluti” come oggetti, e non come soggetti.

Invece, se consideriamo che l’equilibrio, e non la crescita, è il vero valore, quando ci relazioniamo con altri esseri viventi, possiamo sentire che la “soggettualità”, ci porta al rispetto della vita nell’altro non in funzione del suo livello evolutivo, ma proporzionata alla sua specifica identità; cioè ci porta al rispetto del suo meccanismo soggettivo, cioè il rapporto tra le sue emozioni ed il loro investimento che, in quanto rapporto, è identico al nostro.

Rapporto che indica una intensità relativa al soggetto e che può essere identico da qualunque organismo sia espresso ed indipendentemente dal suo grado evolutivo, in quanto espressione della sua vitalità, che è il principio della sua vita, ma anche della vita in generale, e quindi valore esistenziale universale sentito da tutti gli esseri viventi.

Nella reazione con gli altri esseri viventi, non c’è ragione di valutarli in base ad una sola scala gerarchica di valori e con l’eventuale disprezzo per chi ha una struttura meno evoluta o diversa dalla nostra e trattandoli come oggetti. Riconoscere il valore della soggettività dell’altro, chiunque esso sia e nelle sue diverse espressioni, significa ritrovare anche in noi l’esistenza dello stesso valore, principio fondante della vita, che quando neghiamo nell’altro, neghiamo anche in noi. Significa quindi condividere le emozioni dell’altro, chiunque esso sia; condivisione che ci spingerà a partecipare alla vita in tutte le sue forme.

Questa maggiore partecipazione emotiva e quindi anche funzionale che abbiamo definito “soggettualità”, e che ci fa capire che la vita e l’identità dell’altro è uguale alla nostra, trasferendo il nostro interesse da noi all’altro ed in generale a tutti gli esseri viventi, è in un certo senso la nostra vera rivoluzione copernicana. E’ una capacità dell’uomo, forse non sempre sentita, che non fa riferimento a nessuna morale esterna all’uomo, il cui sviluppo, però, sarebbe motivo di una maggiore felicità individuale ed in particolare di un maggior equilibrio.

Pensare ad un albero che soffre se tagliato o che invece desidera crescere, può provocare in noi un’emozione, un ponte emotivo ed affettivo con quello che ci sta intorno, sentendo questa specie di fratellanza che non ci costringe alla necessità continua di approntare le nostre difese.

E per questa sensazione potremmo usare il termine “vantaggio” che ci poniamo da un’ottica oggettuale, economica o analitica, mentre useremo il termine “bello” se l’ottica è soggettuale.

In un rapporto equilibrato con l’oggettualità, potendola usare e viverla con tranquillità, sentiamo che il suo uso, proprio perché equilibrato, si svolge all’interno di un sistema che rimane vitale, che non corre il rischio di venire minato dalle nostre azioni, che è cioè “sostenibile”.

La “sostenibilità” è una categoria soggettiva dell’individuo che esprime il suo equilibrio relazionale: è un suo modo di essere e di sentire interno e che solo in un secondo momento si ripercuote al di fuori di lui. La speranza di creare una sostenibilità del mondo esterno senza cambiare il nostro modo di sentirlo è una tragica illusione.

Infatti, solo se noi modifichiamo il nostro atteggiamento mentale, potremo avere un comportamento “sostenibile” in tutte le situazioni e in tutti i rapporti, mentre risolvere soltanto alcuni problemi di “sostenibilità” oggettuale non risolve il problema generale.

Valutazione dei livelli evolutivi

A questo punto, dal momento che abbiamo detto che quello che conta per il soggetto non è il grado evolutivo ma il suo equilibrio funzionale ed il suo benessere, si pone il problema se è meglio tendere ad un equilibrio con una maggiore funzionalità soggettiva ed il relativo sforzo per raggiungerlo o è equivalente il lasciarsi andare con minore sforzo verso una riduzione funzionale che comunque porterà ad un nuovo equilibrio e ad un nuovo benessere anche se con una intensità più ridotta. Questo problema si pone spesso nella valutazione della società e delle persone. In verità, in questo caso non si tratta di valutare due equilibri, cioè di valutare due risultati, ma di valutare due processi.

Una nostra valutazione identica di due processi funzionali diversi tra loro contrasta con il concetto di vitalità che mira ad un massimo di investimento funzionale e contrasta con il principio ontologico del meglio e della vita.

Cioè, pensare che per un soggetto tendere ad un equilibrio con un livello funzionale ed emotivo basso sia equivalente al tendere ad un equilibrio con un livello più alto, significa non riconoscere l’importanza dell’investimento funzionale energetico del soggetto, e della sua vitalità.

Non opporsi alla riduzione funzionale significa accettare un meccanismo di riduzione vitale.

E’ vero quindi che due soggetti con diversi livelli evolutivi possono essere ugualmente equilibrati e possono esprimere entrambi il valore della loro specifica identità, purchè però entrambi esprimano tale identità attraverso il pieno investimento delle loro funzioni e non già riducendole.

Se un soggetto le investe e l’altro no, avremo un organismo vitale ed un organismo morente e la nostra valutazione non può essere la stessa.

Quindi sul piano della valutazione degli uomini e delle società umane, dobbiamo riconoscere un maggiore valore esistenziale ed una maggiore vitalità a quelle che non avevano rinunciato alle proprie funzioni. Tuttavia, nei confronti degli altri, non serve imporre un nostro modello, poiché questo porterebbe ad un loro squilibrio, ma dobbiamo invece essere sempre pronti a sostenere il loro desiderio di crescere affermando così il principio fondamentale della vita.

Metafisica

Un sistema non può essere valutato nella sua interezza da un soggetto che si trovi al suo interno.

Quando un soggetto, all’interno del sistema di cui fa parte, cerca, sul piano razionale, di dargli una interpretazione globale, egli non può avere termini di confronto tra il proprio sistema ed un altro sistema, né può considerarlo dipendente da qualcos’altro al di fuori di esso, perché qualunque cosa immagini al di fuori del proprio sistema, diventa in quel momento parte del suo sistema.

Egli per definire e capire il proprio sistema dovrebbe mettersi fuori da esso, il che è un assurdo.

All’interno del sistema in cui è immerso, egli può solo ricorrere a delle analisi parziali. Così facendo egli oggettualizza quella parte, cioè la considera come sotto-sistema che egli in quel caso, può analizzare dall’esterno e può quindi metterla a confronto con altre parti del suo sistema dando a quella parte un valore relativo.

Per cui all’interno del nostro sistema “vita” noi non abbiamo alcuna possibilità di sapere o pensare a quello che saremo quando saremo morti.

Né per la stessa ragione possiamo immaginare delle entità che abbiano creato il nostro sistema. Un’ontologia al di fuori della nostra ontologia è un assurdo. Considerare la nostra esistenza come “relativa”, cioè subordinata ad una metafisica da cui essa dipende, è una contraddizione.

Anche sul piano religioso oggi è giunto il momento di ripensare  il concetto di divinità riproponendone una diversa visione non più metafisica e infinita, fuori dal nostro sistema,  ma legata alle espressioni finite della vita e che consenta di renderle intrinsicamente“assolute” e “divine”.

Il paganesimo è l’adorazione di quello che si vede e che si sente con i propri sensi e sentendo come “soggetti” e “divine” le componenti della natura e della vita anche in forme fantastiche.

Con il processo di oggettualizzazione di quello che ci circonda questo non è più possibile. Quando l’uomo aveva una visione panteistica ed animistica del mondo intorno a lui, quando cioè era legato ai vari aspetti della realtà da una funzione reverenziale e sacra, questa emozione lo spingeva ad adorare la realtà intono a lui e dentro di lui, rispettando la soggettualità degli esseri e dei fenomeni di cui sentiva l’importanza e il mistero e quindi sentendo la loro divinità, fino a chiedere perdono agli dei per aver tagliato un albero o ucciso un animale e a chiedere perdono al loro spirito per averli portati dalla vita alla morte.

Ed è quello che andrebbe fatto anche oggi ogni volta che usiamo dei mezzi tecnologici, cioè mezzi non vitali, per trasformare il mondo e la natura intorno a noi, chiedendo perdono alla vita.

Il processo di oggettualizzazione della realtà e delle scoperte scientifiche è andato di pari passo con una concezione monoteista della divinità dove le singole cose non sono più divinità in sé, ma eventualmente l’espressione di una divinità unica, sempre più remota e astratta a cui non interessa più la morte o la distruzione di sue singole parti, dal momento che ogni concetto non fa più riferimento ai suoi componenti. La rappresentazione di tale divinità si allontana sempre di più dalla realtà sensoriale con il crescere del livello tecnologico e con il livello di astrazione concettuale.

Le religioni monoteistiche adorano invece idee astratte, nessuna di esse sente le singole cose come divinità, tutt’al più pensano di vedere sulle cose gli effetti del loro Dio. Per esse il mondo o gli elementi naturali sono solo l’effetto dell’esistenza di Dio.

La rarefazione dell’immagine di Dio deriva dalla rarefazione del rapporto sensoriale con la realtà che viene appunto sostituito sempre di più da una sua rappresentazione concettuale poiché nella nostra vita agiamo sempre di più per concetti.

Noi tendiamo a non vedere, né a sentire più la “realtà” primaria la divinità diventa metafisica.

Il problema del “divino”, non può essere risolto con la logica, esso si risolve solo sul piano esistenziale, infatti solo quando noi “sentiamo”, noi viviamo un momento psicologico che non fa riferimento a niente altro se non a esso stesso e che quindi non ha bisogno di una spiegazione razionale. Esso essendo solo sentito, è un momento senza analisi, è un momento autosufficiente e assoluto.

Per cui non è esistenzialmente illogico pensare o credere in Dio, ma un creatore non sarà mai dimostrato né dalla fisica, né dalla filosofia, sarà sempre e solo l’espressione di un concetto  e di un bisogno esistenziale. Ed anche il problema della nostra esistenza sul piano razionale sarà sempre incomprensibile ed irresolubile, perché se fosse comprensibile, vorrebbe dire che noi, analizzandola, ci siamo posti al di fuori del nostro sistema “esistenza” il che su un piano logico è un assurdo.

D’altra parte, poiché il momento analitico è un momento dove non è vissuta l’emotività del rapporto con la realtà analizzata, dobbiamo ammettere che all’estendersi di tale attività analitica ed all’estendersi della nostra comprensione oggettuale del sistema, anche  il rapporto emotivo con la realtà, si riduce cioè viene meno quel rapporto emotivo con le “cose” che è la premessa per attivare l’energia del soggetto e quindi la premessa della creatività e della vitalità.

Per cui se noi potessimo analizzare in tutte le sue componenti il sistema di cui facciamo parte, gli toglieremmo quella vitalità che è la premessa della sua esistenza.

Forse il desiderio di trovare una base ontologicamente esterna da cui dipenderemmo, deriva dalla incapacità di dare un valore fondante alla nostra soggettività come premessa autosufficiente della nostra esistenza, e dalla mancanza di equilibrio e soddisfazione con quello che ci circonda.

Su un piano logico il problema è irresolubile, o meglio, è un assurdo, come dicevamo. Cioè, da un punto di vista razionale possiamo sempre immaginare un sistema più esteso del precedente di cui questo è una parte in una serie infinita di scatole cinesi. Ma sul piano esistenziale il concetto di infinito è un assurdo, perché assurdo è rappresentarsi un’esperienza o un’emozione senza fine, così come  l’emozione e la rappresentazione del cosiddetto “infinito” è sempre un’emozione finita. Il concetto di infinito può essere solo rappresentato in termini astratti o matematici, dove la rappresentazione “oggettiva” è privata da ogni emozione. In questo senso lo sviluppo della matematica ci indica di quanto abbiamo voluto allontanarci dalla realtà, realtà che è sempre emotiva e quindi finita.

La certezza dei valori della matematica e dei suoi ragionamenti parte dall’ipotesi che le “quantità” abbiano lo stesso significato per tutti. Il concetto di “numero” viene generalmente considerato un dato il cui significato non può essere messo in discussione. Ma questo è vero finchè il numero non corrisponde alla rappresentazione di qualcosa, finchè lo teniamo vuoto dal suo contenuto. Appena al numero facciamo corrispondere degli oggetti, poiché questi sono sentiti da tutti in modo soggettivo anche il numero acquista un valore soggettivo ed esso non ha per tutti lo stesso valore.

Quindi la convenzione o l’ipotesi che consente di dare un valore univoco ai numeri è quella di considerarli privi di contenuto emotivo. Si astrae e si usa solo il concetto di quantità dell’oggetto o degli oggetti. Il numero così diventa il concetto più astratto ed il più vuoto di tutti i concetti.

La convenzione di dare un valore oggettivo al numero ha evidentemente una utilità pratica, consentendo delle operazioni altrimenti impensabili, come ad esempio ipotizzare il concetto di infinito che su un piano esperienziale non ha nessuna possibilità di essere vissuto.

La diffusione della matematica, cioè di concetti senza contenuto, nel mondo di oggi è l’espressione della tendenza a vivere in una realtà virtuale ed asettica.

Essa consente la tecnologia e la scienza……

La matematica, come ogni ragionamento “quantitativo” dà sicurezza, è il mezzo dell’analisi, dell’utile, dell’accumulo, della difesa, ma anche del vuoto emotivo.

La difesa è sempre un processo quantitativo, dove si valutano i propri mezzi per ottenere un risultato e prendere una decisione e dove il numero è la premessa dell’avere, la valutazione del proprio potere.

L’avere dà sicurezza quando non si ha la forza di dialogare con le proprie emozioni e con le emozioni dell’altro. L’avere è una situazione statica che non stimola il soggetto ad essere vivo e vitale, in modo da potersi confrontare con le problematiche della relazionalità.

Per cui possiamo dire che la matematica o tratta concetti astratti, cioè privi di contenuto emotivo, o tratta di oggetti non vivi.

Quando invece si fa un lavoro manuale e creativo, quando si vive l’emozione di una relazione umana, quando si usa una propria funzione fisica ed emotiva non si pensa matematicamente. Oggi si preferisce pensare matematicamente quantificando i problemi per non vivere queste esperienze.

In particolare l’applicazione della matematica alle scienze sociali (v. economia) porta all’incongruenza di usare parametri quantitativi per risolvere problemi che coinvolgono più persone allo stesso tempo, il che significa ipotizzare che esse nello stesso momento abbiano le stesse esigenze e nella stessa misura.

Anche questo modo di ragionare ha una sua utilità pratica che è quella di poter prendere decisioni senza sapere, senza doversi preoccupare di quali saranno le conseguenze sulle singole persone.

Certamente la semplificazione dei meccanismi concettuali e decisionali consente la rapidità di decisione ma consente la soluzione del problema per chi decide, non per colui che vive il problema.

Certamente in prima istanza è bene inviare carichi alimentari a popolazioni affamate, ma questo risolve il problema ad un primo livello di breve periodo, dove effettivamente tutti lo richiedono, ma subito dopo si pone il problema del perché queste popolazioni siano affamate di come darglielo a chi più a chi meno, per quanto tempo, ecc…

E da lì inizia tutto un percorso di analisi che finchè si vorrà risolvere con i parametri concettuali quantitativi, applicandoli ad un bisogno non conosciuto sperimentalmente (personalmente) sarà sempre falsato. Verrà sempre proposta una soluzione astratta in base alla sola variabile economica e non confacente alla complessità del caso concreto.

Come nella teoria dei costi/vantaggi comparati di Ricardo e la sua celebre formula che in verità prende in considerazione solo due parametri: la quantità ed il costo per stabilire se per una nazione è meglio produrre vestiario o produrre grano.

Se avesse dovuto prendere in considerazione tutti i parametri che compongono la felicità di un paese chiedendolo ai singoli abitanti, non avrebbe potuto prendere nessuna decisione.

Ed il punto è proprio questo: che si vuole prendere delle decisioni al posto degli altri e per grandi numeri. Se un paese ha sempre prodotto in un certo modo, vissuto in un certo modo, creato una sua cultura di un certo tipo, perché andargli a dire e pretendere che deve cambiare il suo modo di produrre, che in pratica significa dover cambiare tutto il modo di vivere.

Oggi l’economia imperante e chi la gestisce fa questo.

In base a dei suoi parametri quantitativi, pretende, minaccia e ricatta, impone che tutti i popoli del mondo facciano lo stesso.

Il motivo utilitaristico di chi impone tutto ciò, in base ad una teoria così primitiva, è chiaro, ma quando costoro avranno distrutto tutto il tessuto relazionale umano e si ritroveranno soli in un deserto, non credo che avranno fatto un grande affare.

Diverso è un rapporto solidale e localista, dove il reale desiderio di aiutare l’altro lo fa attraverso un dialogo ed un contatto diretto e può rispondere alle sue reali e specifiche necessità.

E dove non riuscendovi attraverso i mezzi materiali può forse riuscirvi trasmettendo l’empatia della sua vicinanza, con un reciproco arricchimento soggettuale.

E lo stesso dicasi per l’Economia: il limite dell’economia è dato dal soggetto. Non c’è un limite oggettivo all’economia. Dipende da quello che il soggetto sente, dal valore che egli dà alle cose. Se egli le sente emotivamente e affettivamente non le sentirà economicamente e quindi porrà automaticamente ed intuitivamente un limite all’economia e viceversa.

Se invece si pensa che l’unico valore è l’accumulo, in quanto tale, è contraddittorio volergli dare un limite.

E lo stesso vale per tutti i concetti di velocità, espansione, potere, tempo, spazio, crescita, quando vengono misurati.

Se si pensa che i problemi possono essere ridotti con mezzi quantitativi (e con la tecnologia) cercheremo sempre di affidarci all’economia ed alla scienza che l’Economia consente di sviluppare.

La razionalità senza il sentimento porta necessariamente all’egoismo ed all’economia, perché non potendo sentire le emozioni dell’altro, essa può solo pensare alla propria utilità.

Quantificando tutto, cioè “razionalizzando” tutti i rapporti si escludono i rapporti affettivi e solidali, e a maggior ragione quando il lavoro dell’altro viene considerato una merce o quando il rapporto con l’altro è quello di fargli pagare il massimo prezzo: sarà difficile stabilire dei rapporti solidali con tali modi di sentire.

E anche il tempo non è necessariamente una funzione lineare ed oggettiva dove il valore della sua unità di misure rimane costante, sono invece  la nostra affettività e le nostre emozioni il fondamento della sua misura e della sua importanza. E’ soltanto su un piano esistenziale che noi possiamo pensare ad una progettualità oltre il nostro interesse individuale e oltre la nostra vita, che appunto, su un piano razionale, non avrebbe senso, perché non ha razionalmente senso pensarci vivi quando  non lo saremo più, ma ha senso sul piano emotivo perché l’immagine di essere legati ai fatti della vita anche dopo la morte, è un’immagine del soggetto quando è vivo. Il futuro non esistente è parte del sistema, è parte del presente esistente che proprio perché parte dell’esistente, consente al soggetto di sentirlo.

Come lo dimostra chi affronta la morte sostenuto da un affetto o da un ideale, o chi crea opere destinate a vivere nei secoli o più semplicemente chi pensa all’eredità da lasciare ai propri figli.

Quando ipotizziamo il tempo senza collegarlo con le nostre emozioni, ma solo in funzione di risultati oggettivi, quantitativi e misurabili, anche il tempo diventa un valore quantitativo, oggettivo ma vuoto, rappresentabile solo linearmente. Ma questa è un’astrazione concettuale che noi svuotiamo di emotività per ragioni pratiche e che riguarda la sfera dell’utile e tanto più privilegiamo questa sfera, tanto più privilegeremo il tempo in senso quantitativo. Ma vivendo solo in termini oggettuali e quantitativi, ci accorgeremo che il tempo passa rapidamente e vuoto è il nostro sentire e l’angoscia di non aver vissuto e di non aver investito le nostre energie emotive si farà strada dentro di noi.

E soltanto ridando forza alla nostra soggettività, cioè decidendo che siamo noi che diamo valore al tempo e decidendo quali sono le cose che valgono a prescindere da quanto tempo consumano, noi possiamo sentire di aver dato un senso al tempo ed alla vita.

Quindi il tempo è un giudizio di valore, ma altrettanto possiamo dire dello spazio dove possiamo sentire con intensività il “valore” di eventi lontani e quindi rappresentarceli vicini, mentre lo stesso evento anche se vicino può non avere per noi nessun significato.

Sia il senso del tempo che dello spazio sono in funzione dell’importanza che diamo alle nostre emozioni, il senso che diamo a quello che facciamo, il senso di quanto abbiamo vissuto e creato, più in generale il senso della nostra vitalità.

In generale tutte le volte che facciamo delle azioni per una idealità (etica o estetica), che prescinde dal tempo e dallo spazio, il valore pratico può anche mancare rendendole “inutili”, ma in verità non lo sono, perché affermano principi che vanno al di là dell’individuo, e che per lui sono assoluti.

E l’individuo si sentirà partecipe di un processo vitale di cui condivide la bellezza e si sentirà quindi vivo anche nei momenti dove sembrerebbe inutile qualunque suo sforzo. Questa partecipazione è il meccanismo emotivo attraverso il quale la specie può progredire e la vita può trasmettersi e che collega l’individuo a tutto il resto.

E’ un errore non fare delle cose perché superano la durata temporale della propria vita. Se sono belle vanno fatte anche se noi non ci saremo più. Il bello è bello perché è bello, non perché permette a noi di viverne i risultati.

I valori sono tali perché esistono, non soltanto perché noi possiamo viverli, e quindi non perdono valore se vanno oltre la nostra vita.

Limitare i valori alla nostra possibilità di usarli significa togliere loro la vitalità, toglie loro il senso di assoluto e quindi, trasferendoli nella categoria di quello che è solo utile per noi, li trasferiamo nel relativo. Perdono quindi la loro emozionalità, la loro vitalità, il loro slancio che è anche la loro funzione biologica. Infatti la vita e la vitalità fanno riferimento a dei concetti biologici, quindi di lunga durata che vanno oltre la vita dell’individuo, fanno riferimento a dei concetti che si riferiscono all’evoluzione non alla sopravvivenza. Senza questa proiezione al di là dell’individuo, non ci sarebbero nemmeno nell’individuo i presupposti della vita.

E’ il senso dell’assoluto la premessa della vitalità e quindi della vita.

Non è la razionalità che dà impulso alla vita. La razionalità la protegge nel breve periodo, cerca di comporre e gestire al meglio le emozioni, ma se non ci fossero le emozioni, la razionalità non avrebbe più nulla da gestire.

Quando la razionalità avrà scomposto tutti i principi della vita, questa finirà poiché la vita non è razionalità: è emozione. La razionalità è una piccola componente della vita. Quando la razionalità avrà capito i meccanismi dell’emozione e avrà subordinato l’emozione alla sua comprensione, l’avrà bloccata e avrà bloccato la vita.

Pensare di creare la vita con la razionalità è un assurdo logico. Significa voler immaginare l’esistenza di un sistema (la razionalità) al di fuori del nostro sistema (vita) di cui invece essa fa  parte.

E’ lo stesso errore del voler immaginare un creatore al di fuori del nostro mondo, assumendo verso la razionalità una posizione altrettanto metafisica ed altrettanto assurda.

E’ infatti illogico per un soggetto pensare che la sua razionalità possa gestire il processo della vita di cui essa è parte.

E quindi, essendone una parte, il soggetto non deve sentirsi partecipe solo con la sua razionalità a questo processo che gli consente di esistere. La realtà e i suoi fenomeni devono quindi assurgere per lui a valore in sé e valore divino e il suo ministero senza la necessità di spiegarla ed il soggetto, sentendone la sacralità, può sentire anche il benessere che gli deriva dalla sua partecipazione ad essa e può cercare così di ridurre l’ansia di dominare la Natura e gli altri.

Ma senza questo rapporto soggettuale con quello che ci circonda, sentiremo sempre il divario tra quello che siamo e quello che ci circonda che quindi cerchiamo di riempire e dominare immaginando una realtà oggettiva fuori di noi da poter dominare con la nostra razionalità.

Bisogno che deriva dal timore dei problemi della vita ed infatti, solo pensando ad un mondo oggettivo, esterno a noi, possiamo pensare di poterlo risolvere e tanto più la razionalità assurge ad un valore assoluto tanto più possiamo pensare di spingere avanti la soluzione dei problemi in termini esclusivamente razionali fino a immaginare la soluzione di quelli più estremi.

Problemi che però sono gli elementi fondanti della vita; sono il confine dove avviene lo scontro tra la nostra energia ed il mondo circostante, e che possono essere eliminati o eliminando l’energia (cioè noi) o eliminando il mondo. L’alternativa è invece quella di accettarli in una visione soggettuale del mondo.

Il bisogno di idealizzare la razionalità astratta e quindi di darle un valore ontologico che viene normalmente chiamato “spirito”, separato dalla “materia” e con una sua immortalità, è l’eterno bisogno di voler immaginare che esiste un’oggettualità ontologica al di fuori di noi, bisogno che deriva dall’eterna ansia ed angoscia di fronte ai problemi della vita.

Proprio perché la vita è crescita attraverso le nostre energie, dobbiamo sentire che senza problemi e quindi senza ansia la vita non esisterebbe, la sua definizione in tal senso sarebbe un assurdo. Ed infatti l’unico modo per evitare i problemi è il suicidio oppure è l’immagine del paradiso nelle sue varie forme terrene o extraterrene che sono espressioni più morbide dello stesso concetto.

Componenti oggettuali dell’individuo

La vitalità non è solo energia, essa deriva anche dalla rappresentazione che il soggetto ha del proprio valore  e del valore di quello che fa. Se il soggetto percepisce che il suo valore sta in qualcos’altro che non  è lui e da cui dipende (es. Dio, la tecnologia o le droghe), non avrà lo stimolo interiore, tenderà a delegare a queste entità o mezzi la soluzione dei suoi problemi, perderà vitalità; infatti la vitalità serve per stimolare le funzioni del soggetto. Se pensiamo che le funzioni sono stimolate da qualcos’altro, non c’è più bisogno di sentire la vitalità come qualcosa che viene da noi.

Anche la interpretazione del sé attraverso la mera comprensione delle sue componenti  fisiche o biologiche è una comprensione che non si riferisce al sé, al soggetto in quanto tale, ma alle sue componenti oggettuali. Così facendo non si entra nelle motivazioni soggettive, ma nel soggetto ridotto a oggetto.

Spiegare al soggetto le sue emozioni solo con le componenti del suo fisico e tentare solo di modificare il suo psichico con il suo fisico, significa togliere il senso del valore al soggetto, e più si dà valore alle componenti oggettive, più si indebolisce il soggetto.

Come dicevamo, un soggetto non ha la capacità di capire tutto se stesso. Non il capire, ma il sentire, è l’”a priori” che egli deve accettare, come deve accettare l’”a priori” di essere vivo.

D’altra parte quello che conta non è il concetto di vita nei suoi termini di durata, il che sarebbe appunto un controsenso poiché si farebbe riferimento ad un “dopo” che sta fuori dal sistema, ma è il concetto di vitalità che conta come espressione della vita e quindi come riconoscimento del suo “a priori”, ed è per questo che quello che ci attrae negli altri soggetti o nel mondo in generale è la loro vitalità che sentiremo come “bellezza”, cioè come nostro valore fondante.

Come dicevamo, il soggetto per la sua esistenza non ha bisogno di capire la sua origine né quello che sta oltre ad essa, deve solo capire quello che di volta in volta serve ad essa.

Egli può capire solo una parte di sé, per capire la quale egli la pone, quando necessario, al di fuori di sé oggettivizzandola. E’ per questo che in psicoanalisi c’è bisogno di una persona esterna (analista) che dal di fuori aiuti il paziente ad oggettualizzarne una parte e quindi a capirla per poterla poi modificare.

In quel momento, relativizzando una parte di sé, egli passa da una posizione psicologica esistenziale sintetica ad una posizione analitica parziale, dalla emozione alla comprensione, dalla pratica alla valutazione.

Questo momento valutativo analitico è la premessa per la funzione pratica. Il passo successivo è l’azione e l’investimento delle energie del soggetto sugli obiettivi che egli ha potuto chiarire.

Da un punto di vista esistenziale la necessità di capire se stessi sorge quando il soggetto è in crisi, per cui deve tendere attraverso la fase analitica e l’oggettivazione della parte sofferente del proprio  “sé”, alla comprensione del problema, in modo da risolverlo e tornare ad una nuova fase sintetica di equilibrio.

Quando nella fase della costituzione del sé, cioè nella fase iniziale della vita, un trauma interrompe il rapporto emotivo soggettuale, il soggetto perde il senso della sintesi equilibrata, il soggetto sente l’esterno come un elemento fuori dal suo sé che egli deve analizzare per fronteggiarlo.

Tanto più questa rottura è profonda, tanto più inciderà sul corso della sua vita: egli è destinato all’analisi. L’analisi psicologica diventerà una componente essenziale della sua vita, egli avrà perso la spontaneità e parte della sua vitalità.

Soltanto accettando questa sua realtà ed il valore della sua analisi, egli acquisterà un nuovo valore esistenziale che deriverà dal riconoscimento della sua capacità di analizzare i suoi problemi e dal riconoscimento di una sua forza di cui non avrebbe avuto bisogno se non fosse stato privato della sua spontaneità.

Egli sentirà il valore di una dignità che gli permette di lottare e solo in questo potrà ritrovare il senso di una nuova identità che gli consentirà nuovamente di crescere e di ricollegarsi senza rancore alla vita comprendendone il suo valore.

La valutazione delle proprie necessità può essere fatta dal soggetto solo se l’analisi è svolta da se stesso. Ma se l’analisi viene fatta da un altro come mera descrizione oggettiva, senza che il soggetto riviva la sua esperienza, essa non serviva alle sue reali necessità.

In altre parole la conoscenza del sé, per poter avere un’utilità nello sviluppo della personalità, deve procedere spinta dai bisogni emotivi della propria sofferenza, dove il soggetto ripercorre le emozioni e le esperienze del passato. Non serve una mera descrizione oggettiva dei fatti.

Così come nel momento in cui l’individuo usa delle informazioni che derivano dall’esperienza di altri o da informazioni tecnologiche, cioè usa scoperte ottenute attraverso degli strumenti che danno dei risultati che non derivano, o derivano solo in parte, dal proprio processo conoscitivo  esperienziale ed emotivo, egli introducendo nel suo sistema degli elementi non vagliati dalla sua emotività e introdurrà degli elementi a lui non utili poiché vagliati solo dalla parte razionale del suo sistema. In verità “non utili” è sinonimo di nocivo o tossico, poiché il suo sistema dovrà consumare energie per metabolizzarli o per espellerli.

Sarebbero quindi auspicabili anche in campo sociale dei limiti alle strutture in modo da consentire agli individui di relazionarsi tra di loro in base alle loro esperienze personali, non in funzione di concetti di relazionalità astratta e che non si basano sulla conoscenza reciproca e su un contatto continuo.

Sarebbe quindi utile un ridimensionamento delle strutture sociali a livello locale riappropriandosi di tutte le fonti locali di relazionalità, processo che rientra nel concetto di Localismo.

Vitalità e Creatività

Abbiamo definito in equilibrio un sistema dove le proprie energie sono proporzionate ai bisogni dove quindi il soggetto avendo un senso di benessere non ha necessità di modificare il suo status. In tal caso egli non deve ricorrere alla razionalità ed al concetto di utile per valutare obiettivi migliori.

Abbiamo però visto che un sistema ha energia e relazioni.

Le relazioni sono quegli stimoli esterni (emozioni) che lo spingono ad attivare le sue funzioni.

L’attivazione delle sue funzioni gli consentono:

a) di adattarsi ai cambiamenti del suo ambiente esterno,

b) di provare soddisfazione o piacere.

Le soddisfazioni ed il piacere sono essenziali per attivare le funzioni, altrimenti, senza di essi la fase dell’attivazione non parteciperebbe al “senso” dell’obiettivo raggiunto, o se fosse solo uno “sforzo”, quindi solo un elemento negativo, sarebbe sul piano della rappresentazione dei valori addirittura in contrasto con l’idea positiva del raggiungimento dell’obiettivo.

Come dicevamo in una situazione in cui i sistemi si muovono, sia la situazione di equilibrio che di squilibrio sono sempre temporanee.

Cioè, si passa continuamente dall’una all’altra. E’ il rapporto continuo tra una situazione di benessere che non può durare a causa dei continui movimenti dell’ambiente e la necessità di tendervi nuovamente. Questo è anche dovuto all’accrescersi dell’energia nell’individuo dovuta all’esperienza e che lo spinge a modificare sempre di più l’ambiente ed il proprio “sé” e quindi trovare nuovi confini e nuovi problemi.

Un sistema vivente che non avesse energia non avrebbe i mezzi per muoversi; d’altra parte se avesse energia ma non le funzioni non avrebbe ragione di muoversi poiché non potendo attivare le funzioni, non saprebbe come usare l’energia. Un sistema necessita anche dell’esistenza del soggetto come elemento unificatore delle sue componenti che sappia e si rappresenti quello che è la situazione migliore.

L’energia impiegata deve però essere sentita come energia emotiva, come elemento che viene dalla nostra soggettività, quindi non energia misurata oggettivamente ma energia sentita come motore interno, che porta idee ed emozioni e che permette la relazionalità e la rappresentazione e l’attrazione verso relazioni future e che ci consente di vivere le emozioni.

Nel momento invece in cui l’energia viene misurata e si oggettualizza questo concetto, si diventa dipendenti dalla fonte esterna che la produce.

Essere dipendenti da una fonte esterna di energia vuol dire che il soggetto non è energico, sarà forse potente ma non energico. Egli, con questa dipendenza, riesce forse ad ottenere i mezzi per fare le cose che gli servono, ma tenderà a perdere la sua vitalità. Egli tenderà ad adagiarsi sui mezzi a sua disposizione. Non sentirà il valore della propria creatività e tenderà ad avere sempre più il bisogno di nuovi mezzi man mano che la sua energia interiore tenderà ad atrofizzarsi

Inoltre, nei limiti in cui l’energia viene considerata un valore oggettivo, quindi a prescindere dalla sua utilità marginale decrescente, cercheremo di averne sempre di più ritenendo che il nostro vantaggio aumenti con l’aumentare della sua disponibilità (vedi l’articolo “L’Utilità Marginale Decrescente”). Il che porta a non tener conto che oltre certi limiti essa fatalmente squilibrerà il nostro sistema.

L’energia infatti è un concetto che implica necessariamente la possibilità di essere impiegata. Un’energia che non possa essere impiegata, non è tale, e impiego dell’energia vuol dire cambiamento, modifica, trasformazione che se non sono commisurate al nostro equilibrio soggettivo e all’equilibrio con il mondo fuori di noi, creerà degli scompensi.

E lo stesso vale per la ricchezza materiale, il danaro in particolare, che è una forma di energia potenziale, inutile e dannosa oltre un certo limite. Infatti, oltre un certo limite se continuiamo a sentirlo come un valore, ci costringerà ad un’attività sproporzionata che, nel migliore dei casi, ci impedirà di goderne i risultati; altrimenti ci spingerà ad agire fino ai limiti di resistenza del nostro organismo o dell’ambiente esterno il cui collasso, distruggendo l’energia in eccesso e riportandola a livelli sostenibili, consentirà nuove situazioni di equilibrio, a volte anche con l’eliminazione del soggetto.

L’Energia fa crescere il soggetto soltanto se essa è proporzionata alla sua capacità di usarla e di sentirla con tutte le sue funzioni.

Se un soggetto ha a disposizione un’energia a lui esterna, questa potrà essere vissuta solo a livello di rappresentazione razionale e per poterla impiegare dovrà necessariamente delegarla a qualcun altro o a meccanismi tecnologici, delegando quindi un’attività che sarebbe stata sua in assenza dell’eccesso di energia.

Un’energia esterna quindi non attiverà un processo esperienziale completo, ma consentirà soltanto il raggiungimento di un obiettivo più grande, obiettivo che sarà sempre sproporzionato al soggetto, che lo avrà vissuto solo con la parte relativa alla rappresentazione concettuale e che quindi amplierà soltanto questa sua funzione.

Ampliare solo una funzione porta ad una specializzazione che non sviluppa le altre e, nel caso dell’uomo, la rappresentazione concettuale in quanto astrazione della realtà, lo porta ad un suo allontanamento da quello che alimentava le sue componenti organiche emotive e fisiche.

Quindi l’eccesso di energia, o l’energia esterna del soggetto e, più in generale, il potere ed il denaro tutte le volte che porta ad una delega di funzioni è potenzialmente controproducente.

L’eccesso di energia può portare eccitamento, non benessere, infatti il benessere viene dall’equilibrio di tutte le funzioni fisiche, emotive e mentali, non dall’accrescimento di una rispetto all’altra.

Così come l’eccitamento che viene agli sportivi per un aumento della carica adrenalinica, in verità poi porta squilibri anche organici in momenti successivi.

L’eccitamento è utile nei momenti di emergenza, ma negativo se si vuole il benessere.

La rappresentazione scientifica (fisica, matematiche ed economia) dell’energia quantificata e utilizzabile come un elemento a se stante al di là delle possibilità di sentirne il vantaggio esperienziale del soggetto nella sua interezza, spinge il soggetto a volersi impossessare di una capacità fatalmente disequilibrante e sempre più tale man mano che queste scienze vengono approfondite.

Attualmente questa è la rapida tendenza dell’Umanità.

E’ soltanto l’energia proporzionata alle capacità esperienziali del soggetto che gli può consentire di vivere l’esperienza in modo completo e utile al suo sviluppo.

Soltanto l’esperienza fatta consente all’organismo di effettuare i movimenti successivi partendo da una situazione soggettivamente più avantaggiata e completa nei confronti dell’ambiente, rispetto a quella precedente. Cioè solo quando il soggetto si rafforza può, in un momento successivo, utilizzare la stessa energia per ottenere un risultato più importante, oppure può avere lo stesso risultato investendo meno energia. E’ il vantaggio dell’esperienza che reinvestendo tramite la memoria la stessa quantità di energia del momento precedente con dei risultati migliori amplia la capacità dell’organo.

Cioè l’organo è il risultato di energia + memoria del soggetto.

A questo punto la nuova funzionalità potrà affrontare sollecitazioni esterne più importanti e continuerà a crescere. Si sarà creato un organo nuovo ed un nuovo organismo, creato dalla vitalità interna.

Il nostro organismo è memoria, cioè la base fisica è il risultato dell’esperienza del soggetto che si è andata creando nel corso dell’evoluzione come risposta all’ambiente e se è vero che la base fisica è la premessa della capacità esperienziale attuale, è vero anche che l’esperienza ha creato la base fisica, esperienza che ha bisogno di un soggetto che la attivi. Cioè essa è il risultato di soggettività non meglio definibile + memoria.

La scienza tecnologica oggi, identificando la memoria e l’esperienza nella base fisica, cerca in essa l’origine delle funzioni soggettive, che invece sono state la premessa della base fisica all’inizio del processo di autocreazione.

Questo è stato dimostrato anche dalla biologia, che ha scoperto che il numero dei geni è più basso di quello che si pensava,  e non fissi, né immutabili e che i caratteri biologici non vengono solo dai geni (a loro volta risultato di memoria) ma dalla combinazione dei geni con l’ambiente, quindi attraverso la relazionalità e le emozioni ed il loro ricordo.

Il soggetto è quindi un momento dalle forme imprevedibili e continuamente nuove, per cui il corpo è il passato e la sedimentazione della nostra memoria e della nostra esperienza. Elemento aggregatosi nel corso di un’evoluzione autocreantesi che oggi la scienza tecnologica tende a disgregare nelle sue componenti oggettive, togliendogli così la vitalità e ripercorrendo in senso inverso il cammino aggregante dell’evoluzione e riportando l’umanità a livelli più primitivi.

Giudizio e Rappresentazione

Dal momento che il soggetto, in ogni sua azione, tende al suo meglio, egli, per poter fare ciò, deve poter valutare il “meglio”: chiamiamo “giudizio” questa sua capacità valutativa.

Il giudizio è quindi una fase anteriore all’azione e che implica e dimostra l’esistenza di un soggetto, come elemento primario valutante e attivante.

Ed è il giudizio che crea la differenza tra i meccanismi biologici ed i meccanismi fisici della natura, dove i meccanismi fisici reagiscono mentre quelli biologici scelgono.

Questa “capacità di giudizio” dell’organismo vivente si esprime quindi a tutti i livelli delle proprie componenti dove ognuna di esse è il soggetto della sua funzione a partire dal livello più elementare. Quindi dal momento che le relazioni tra soggetti sono sempre e soltanto relazioni emotive, possiamo ammettere che tutte le relazioni tra componenti di un sistema biologico, in quanto soggetti, siano emotive e che ogni componente del sistema è formato a sua volta da una serie di altri componenti via via più piccoli ma a loro volta soggetti e che rappresentano gli elementi costituenti la sua base organica, cioè la sua memoria inconscia.

In questa base organica si deposita la memoria delle esperienze, anche quelle più razionali, che attraverso relazioni emotive dei componenti del sistema lo percorrono fino agli elementi più periferici modificandoli in modo che essi possano costituire la “capacità acquisita” utile per poter fare fronte alle esperienze di quel tipo quando esse si ripresenteranno.

C’è sempre una parte del soggetto, o componente del sistema, che non si rende conto “razionalmente” (cioè al livello più “concettuale”) del fatto che altre componenti del suo organismo giudicano e agiscono, e questa parte viene definita normalmente “inconscio”. Nell’inconscio il soggetto valuta ma non è capace di una rappresentazione razionale, di questo processo valutativo e decisionale, altrimenti dovrebbe valutare ogni volta a tutti i livelli la decisione da prendere e quindi non avrebbe senso avere una memoria.

In generale possiamo quindi dire che in ogni soggetto, quindi in ogni sistema o componente di un sistema, in quanto a sua volta sistema e quindi a sua volta soggetto, esiste una parte conscia ed una parte inconscia.

Se accettiamo l’idea che il soggetto è l’insieme delle componenti del suo sistema e che ogni componente, in quanto soggetto, è collegata emotivamente alle altre componenti con cui è in contatto ed esse a loro volta sono collegate alle altre, dobbiamo ammettere che ogni valutazione e reazione di una componente del soggetto si trasmette a tutto il resto. Anche la memoria “inconscia” deve avere un grado di consapevolezza a livello della sua razionalità, poiché deve poter esprimere il proprio giudizio e deve poi ripercuotere la sua decisione al livello più conscio, cioè al livello superiore e attraverso di esso al livello centrale del sistema formato dal “soggetto”, altrimenti essa non servirebbe al sistema. E il soggetto che esprime il sistema, può essere più o meno “sviluppato” o “complesso”, ma il tipo di rapporto interno, tra lui, la sua memoria, le sue componenti organiche e il suo giudizio è uguale in ogni soggetto vivente altrimenti questo non sarebbe un sistema e non sarebbe vivo.

Tale serie di sistemi, dove ognuno è sub sistema dell’altro, lascerebbe supporre che anche l’uomo non sia all’apice di questa catena, ma a sua volta ne sia una componente, parte di un sistema più grande a cui è collegato in forme la cui finalità ultima non è conoscibile.

E questo lo dimostra la correlazione emotiva con gli altri soggetti, ed in particolare la capacità di proiettare la rappresentazione della propria vita oltre i limiti della propria durata temporale, proiezione di cui l’etica ed il senso della bellezza sono un’espressione.

Il grado di evoluzione di un sistema è dato dalla lunghezza di questa catena esperienziale e organica, ma non dalla differenza nello schema del meccanismo.

La razionalità ci consente quindi di immagazzinare, trasferire, comunicare i giudizi verbalizzabili, ma non ci consente automaticamente di capire dentro di noi quali sono state le componenti storiche del giudizio.

Per capirle dobbiamo tornare indietro con la memoria alle esperienze passate e dare un giudizio dei giudizi precedenti, cioè interpretare una parte dell’inconscio e portarlo al livello in cui possiamo rappresentarcelo razionalmente per poterlo giudicare.

Possiamo quindi dire che la capacità di giudizio e di consapevolezza esiste in ogni sistema vivente, e a livello di tutti i componenti del sistema in quanto in tutti i componenti esiste la memoria delle esperienze passate. Questa consapevolezza è limitata al livello con il quale quella componente è in contatto, e poi a catena con tutte le altre.

Cioè ogni componente avrà coscienza solo degli obiettivi della componente sistemica con cui è collegato, cioè ogni componente è “soggetto” solo della propria capacità reattiva e non può agire direttamente su tutto il sistema, altrimenti in un sistema avremmo infiniti soggetti con equivalente capacità decisionale, il che non consentirebbe un processo decisionale ed una finalità univoca.

Il che significa che le conseguenze del flusso decisionale procedono dalla periferia al centro del sistema e viceversa e che abbiamo una periferia formata da sub sistemi che data la minore complessità delle funzioni hanno una memoria di esperienze parziali e più lontane nel tempo.

Dall’altro capo del sistema, cioè nel soggetto di tutto il sistema, avremmo la massima capacità funzionale e quindi un massimo di razionalità e relazionalità più estesa con l’ambiente.

Il soggetto, sul piano biologico, ha indirettamente contatto con tutte le componenti del sistema, ma la capacità di giudizio razionale si limita alle rappresentazioni di cui ha coscienza, cioè tendenzialmente alle ultime esperienze.

Data la definizione di “meglio” e di obiettivo, dobbiamo supporre che la velocità di trasmissione dell’informazione in un senso e nell’altro sia in funzione dell’importanza che essa ha per il sistema, per cui una emozione a livello centrale più forte provoca una reazione a livello più periferico più rapida e più sentita di quanto non faccia una emozione più debole e viceversa, uno stimolo a livello periferico diventa più o meno consapevole a livello centrale quanto più esso necessita che il livello centrale prenda rapidamente una decisione.

Nell’uomo, con l’introduzione della specialità evolutiva rappresentata dalla parola e quindi con una maggiore capacità rappresentativa concettuale, la consapevolezza diventa più razionale, cioè all’intuito viene abbinato il ragionamento che influenza sempre di più la scelta a scapito di quella che veniva dalla memoria evolutiva, cioè appunto dall’intuito.

E’ quindi soltanto riducendo la componente verbale e quindi la rappresentazione razionale, cioè soltanto nel silenzio che i concetti ridiventano emozioni e soltanto nel silenzio che noi possiamo recuperare la memoria della nostra esperienza passata ed un maggior collegamento con i livelli più periferici e originari del nostro sistema.

Quindi solo riducendo il mondo verbale e razionale possiamo recuperare un contatto con il mondo che è stata la premessa della nostra evoluzione e della nostra crescita.

E’ solo in questo modo che è possibile rivivere e recuperare la memoria del percorso del nostro intimo. Solo in questo modo è possibile recuperare la capacità dei nostri sensi di verifica intuitiva di come le esperienze modificano la parte più profonda della nostra struttura anche biologica, e quindi recuperare il contatto mnemonico con la natura, cioè con le esperienze arcaiche del mondo da cui veniamo ed il recupero del rapporto con altri soggetti sulla base di un rapporto emotivo che si incontra su una base comune e non più soltanto sulla base di un rapporto razionale, tendenzialmente individuale e differente.

In verità il soggetto per esprimere un giudizio e quindi per poter scegliere, deve valutare almeno due situazioni, altrimenti non potrebbe rappresentare a se stesso i vantaggi o svantaggi dell’una o dell’altra.

Quindi per poter confrontare due situazioni è sempre necessaria la fase di rappresentazione di queste situazioni, essa è una fase essenziale a qualunque livello biologico altrimenti sarebbe una mera reazione.

La diversità tra i vari sistemi biologici è la capacità di esprimere la rappresentazione in termini più o meno razionali.

Premesso (Astrazione concettuale) che il “concetto” è un mezzo che grazie alla memoria consente al soggetto di prendere delle decisioni senza dover ripetere ogni volta l’esperienza, dobbiamo ammettere che ogni organismo fornito di memoria è capace  di crearsi i suoi concetti e che saranno più o meno estesi in funzione delle sue necessità e delle sue capacità biologiche.

In particolare nell’uomo che ha uno strumento in più per memorizzare i concetti, cioè la parola, il concetto sarà più astratto di quanto non avvenga negli altri organismi viventi non forniti di memoria.

Il che significa che l’uomo, a livello razionale ha una capacità rappresentativa delle scelte possibili più sganciata dalle sensazioni, cioè più estesa sul piano temporale e spaziale rispetto agli altri esseri viventi. Questa capacità, chiamata “coscienza” è normalmente considerata attributo della specie umana, che certamente soltanto nella specie umana trova una definizione verbale ma che in quanto funzione pratica di trasmissione di messaggi necessariamente esiste in ogni essere vivente ed in ogni sua componente.

Intendiamo per “rappresentazione razionale” la rappresentazione di un concetto o di un’emozione.

In particolare la conseguenza della rappresentazione che deriva dai concetti esprimibili con la parola è quella di poter agire su cose e fatti di cui non si ha un’esperienza diretta.

Il che porta come conseguenza che tramite la rappresentazione concettuale la nostra azione tenderà a dirigersi verso un numero di cose potenzialmente più ampio e verso cose potenzialmente più lontane da noi di quelle che avremmo potuto sentire soltanto con i nostri mezzi fisici e che, invece, con la parola possiamo meglio rappresentarci. La parola è quindi per il soggetto un mezzo che consente un raggio potenziale di azione più ampio della sensazione.

In questo modo la rappresentazione concettuale diventerà il “nuovo mondo” e diventerà quindi la nuova frontiera delle nostre necessità e delle nostre azioni. Mentre questo da una parte, aumenta il “potere dell’uomo”, dall’altra egli tenderà ad una antropizzazione del mondo sempre più accelerata.

Cioè l’impronta ecologica dell’azione umana razionale ha un impatto distruttivo molto più ampio di quello che può essere l’impronta ecologica dell’azione di un animale meno razionale.

In altre parole l’affermazione di un’idea, di un valore, di una necessità che ha come obiettivo la trasformazione della realtà di 1° livello, con mezzi di un livello più astratto, in qualche modo è sempre distruttivo.

Le uniche idee che non sono distruttive sono quelle che non hanno impatto fisico e le uniche necessità che tendono ad essere meno distruttive sono quelle che possono essere risolte con le nostre energie fisiche oppure all’interno del soggetto come sviluppo spirituale.

Il concetto di un insieme dei fatti verbali viene chiamato cultura.

Cioè, la cultura è definita tale quando viene rappresentato il suo concetto, fino a quel momento possiamo parliamo di comportamento, non di cultura.

L’esaltazione della cultura è l’esaltazione dei concetti rappresentabili con la parola. In verità la cultura non aiuta necessariamente a vivere meglio. In ogni essere vivente quello che conta è il proprio equilibrio e non l’esaltazione di una funzione a scapito delle altre (v. Evoluzione ed Equilibrio, pag. 68).

D’altronde anche gli animali sanno trovare il loro benessere anche senza cultura.

L’enfatizzazione della “cultura” allontana dalla realtà di 1° livello, si esalta e si tende ad una realtà meno emotiva..

E’ chiaro che l’uomo vivendo in un mondo formato soprattutto da concetti verbali non può fare a meno di rappresentarsi il fenomeno “culturale”, cioè di rappresentarsi con un concetto l’insieme dei suoi comportamenti e di dargli un nome.

E non può fare a meno di dare un giudizio positivo a tale concetto, poiché esso rappresenta il suo nuovo modo di vivere e di relazionarsi con gli altri. Ma con l’allontanamento dalla realtà di primo livello e quindi dalla “natura” e la sua progressiva distruzione, la cultura diventa un narcisismo che l’Umanità non può più permettersi.

Nei limiti in cui la cultura è diventata l’infrastruttura psicologica e comportamentale che gli permette di vivere insieme agli altri individui ed essendosi abituato a vivere in un mondo “culturale”, questo modo di vivere verrà considerato un vantaggio e diventerà la sua etica.

Sarà l’etica della razionalità, cioè l’etica dell’allontanamento dalla realtà di 1° livello.

Giudizio ed azione

Ogni stimolo, sia sensoriale che emotivo,  crea sempre nel soggetto una reazione, in altre parole il contatto con la realtà crea sempre e continuamente una reazione nel soggetto e quindi attiva sempre il suo giudizio conscio o inconscio che ha sempre come conseguenza l’azione in qualche livello del suo sistema.

Se il giudizio non avesse come conseguenza l’azione, non avrebbe senso il principio del meglio e quindi sarebbe inutile avere vitalità. L’azione, a livello razionale ha modo di esprimersi solo quando il giudizio è chiaro e quindi solo in quel momento l’energia può essere investita.

Il giudizio e l’azione sono momenti temporalmente coincidenti perché non esiste uno stimolo senza un’automatica valutazione e reazione dentro di noi a qualche livello, altrimenti dovremmo pensare che una causa per un certo tempo non produca il suo effetto, il che è illogico.

Tanto più lo stimolo è inconscio, tanto più immediata è la reazione del giudizio e dell’azione come avviene appunto negli organismi meno complessi ed ancora più immediata nel mondo fisico.

La distinzione temporale tra stimolo, giudizio e rappresentazione è possibile solo a livello razionale dove è possibile immaginare che essi avvengano in momenti successivi.

Il “tempo successivo” è quello necessario per l’elaborazione del processo razionale.

Cioè quando la rappresentazione è conscia e non intuitiva, cioè quando essa è espressa tramite un concetto astratto che consente di separare razionalmente questi tre momenti, solo allora possiamo differire la decisione razionale ad un momento successivo a quello dello stimolo.

In verità al momento dello stimolo esiste subito una fase di rappresentazione, di giudizio immediato e la relativa azione almeno nella zona più periferica, inconscia, intuitiva del soggetto: il soggetto in una qualche parte di sé decide immediatamente.

Poiché come dicevamo la vitalità è una conseguenza dello stimolo che viene dal giudizio e l’energia è una componente della vitalità, dobbiamo riconoscere in ogni essere vivente l’importanza della rappresentazione per attivare il suo giudizio e la sua energia verso il meglio e possiamo dire che quello che fa crescere, agire, creare in genere, è sempre la rappresentazione di una situazione migliore. Nell’uomo, che vive gran parte delle sue esperienze a livello concettuale, la rappresentazione concettuale diventa ancora più determinante per orientarlo nelle sue scelte.

Tutte le rappresentazioni di qualcosa di bello, di etico o di utile attivano il processo vitale.

Una buona notizia, la sensazione di qualcosa di affettivo, un sorriso, attiva nel soggetto il processo vitale.

Ancora: un comportamento generoso, un giudizio positivo, l’aria tersa, il sole, i fenomeni naturali, che ci consentono di vivere, un esempio incoraggiante……….la sensazione di qualcosa che cresce, che migliora, che sentiamo come nostro, che fa crescere quello che amiamo…..in generale la rappresentazione di  una situazione migliore che sentiamo di poter avere o di poter raggiungere e a cui desideriamo partecipare.

Quindi il “tipo di  rappresentazione” e il “tipo di giudizio” sono la chiave interpretativa dello stimolo delle nostre azioni e della nostra maggiore o minore vitalità e tanto meno la rappresentazione è razionale, o all’inverso, tanto più essa deriva da un contatto a livello emotivo, da una relazione tra le parti inconsce di due soggetti, tanto più essa avrà impatto sul soggetto perché sarà il contatto con la sua parte più ancestrale che ha costituito la sua base organica.

Essa è la sua parte più importante perché è il risultato di un processo evolutivo di lungo periodo, di primo livello, la parte “che è il soggetto”, non è la parte “derivata” dall’attività del soggetto.

In generale possiamo dire, e sentire, che il soggetto non può attivare la sua energia e non può attivarsi senza la rappresentazione di quello che per lui è positivo, senza la capacità di sentire emotivamente quello che per lui è meglio. Nessun essere vivente può attivarsi senza la rappresentazione positiva di quello che vuole e solo a queste condizioni egli può vivere.

Quindi la capacità di rappresentazione è l’elemento differenziale tra il mondo organico (con vita) ed il mondo inorganico (senza vita).

E proprio perché la qualità della rappresentazione da parte del soggetto è fondamentale per la sua soddisfazione e la sua crescita, è importante che egli possa vedere intorno a sé un mondo che corrisponda al giudizio del meglio e che lo spinga a partecipare alla vita, cioè un mondo di immagini vive, creative e vitali. Invece un mondo mosso solo dall’utile, senza emozioni, senza colori, senza affetti, tende a bloccare l’energia e le funzioni del soggetto e, più in generale, la sua vitalità.

Ed è bene saperlo per capire cosa ci succede quando siamo tristi e depressi.

In questo stato d’animo non riusciamo a capire cosa ci succede e non ci rendiamo conto che la nostra sofferenza deriva dall’essere circondati da un mondo che si rappresenta a noi in un modo contrario alle leggi della vitalità.

Ed in particolare un mondo valutato solo in termini quantitativi è un mondo che trasmette solo la rappresentazione dell’oggettività e dell’oggettualità, dell’accumulo e dell’utile, quindi della sopravvivenza ma che non trasmette la fase più completa dell’animo umano che è la creatività.

 Limitarsi alla fase dell’accumulo vuol dire limitarsi ad una fase che non ha la possibilità di esprimere le infinite capacità delle nostre funzioni emotive, fisiche, concettuali, che non ha l’emozione della novità e l’emozione di partecipare ad un insieme più grande di noi. In un mondo di questo tipo  non c’è creatività, poiché non c’è lo slancio verso qualcosa non ancora conosciuto e dove possiamo confrontare tutte le energie del nostro sistema.

L’uomo, in quanto capace della rappresentazione concettuale dei propri valori oltre a valutare quello che succede intorno a sé, valuta anche quello che lui stesso fa e quindi valuta anche la capacità del proprio sé e di essere nel mondo. Quando egli esprime un giudizio, cioè quando lo rende palese e lo rappresenta a se stesso, ha la possibilità di verificare se il suo modo di pensare e di essere è valido e se egli è all’altezza delle problematiche del mondo circostante.

Per sentirsi soggetto, per crescere e creare, egli deve continuamente rappresentare se stesso a se stesso, deve agire, deve fare le “sue esperienze” consce e deve sentire il valore di queste esperienze.

Egli può esprimere la rappresentazione di un giudizio in vari modi: sia attraverso la parola, sia attraverso la realizzazione di un oggetto, sia attraverso un’attività che tenda a modificare il mondo circostante in modo da farla corrispondere al suo giudizio.

Quando egli realizza un oggetto che rappresenta un giudizio, questo viene chiamato attività artistica e l’oggetto viene chiamato opera d’arte.

Il soggetto per far questo userà le forme possono essere valutate dal suo giudizio, cioè le forme della realtà in cui egli vive.

Oggi che noi viviamo in una realtà che non è più quella rappresentata dalla nostra esperienza primaria delle nostre facoltà inconsce, ma che è invece rappresentata soprattutto dai concetti derivati da quella realtà primaria, anche l’arte tende quindi a non rappresentare più le emozioni che venivano al soggetto da quella realtà, ma tenderà a rappresentare il concetto di quelle emozioni, cioè quella che è diventata la nuova realtà.

Per cui anche l’arte diventerà astratta e razionale.

L’arte astratta, rappresentando dei concetti, rappresenterà un mondo che essendo “astratto” non rappresenterà le emozioni che derivavano dall’uso delle nostre funzioni ma che invece ora derivano dall’uso del nostro intelletto, un mondo le cui emozioni sono quindi più evanescenti.

L’arte non sarà più figurativa e solleciterà sempre meno l’attivazione di giudizi che agiscono sulle nostre funzioni primarie, tenderà a stimolare solo le nostre funzioni razionali, tenderà quindi a perdere la sua forza emotiva.

In altre parole gli uomini di qualche secolo fa o, in generale meno “evoluti”, avevano una capacità emotiva e rappresentativa maggiore di oggi ed essi, con una rappresentazione dei loro giudizi più vicina alle loro funzioni primarie, sentivano di più e l’arte di conseguenza non era astratta ma figurativa.

In verità nell’uomo l’obiettivo di rappresentare un giudizio, oltre che con la rappresentazione artistica, viene raggiunto anche relazionandosi agli altri con la parola e attraverso la propria attività.

Infatti, soddisfatti i bisogni primari, qualunque azione che mira a modificare il mondo circostante serve al soggetto per rappresentare un suo giudizio.

Arte, parola ed azione, essendo la rappresentazione esteriorizzata di un giudizio interiore, servono al soggetto per rendersi conto del valore dei suoi giudizi in quanto solo esprimendoli e mettendoli a confronto con la realtà, egli può verificare qual è il riscontro con la realtà circostante e verificare se quindi può poi usare quel suo comportamento per la sua crescita.

Quindi nell’uomo l’esteriorizzazione del giudizio è un momento essenziale del processo evolutivo, razionale, per poter creare una propria identità della cui validità egli possa essere convinto.

La dimostrazione del valore dei propri giudizi dà al soggetto l’indicazione di quanto egli possa investire in futuro la sua energia.

Ma se la sensazione del futuro è quella di andare verso un mondo dove le nostre esperienze e le nostre funzioni saranno tarpate, non rimane che la depressione, cioè ridurre le nostre energie per proporzionarle a quello che ci aspetta.

La rappresentazione del futuro che oggi viene tanto reclamizzato e che è la rappresentazione di un mondo tendenzialmente senza funzioni umane, quindi senza emozioni, è anche un mondo senza relazioni umane e quindi senza bellezza e senza etica. E’ un concetto depressivo.

L’arte astratta, preferendo non rappresentare la realtà primaria con le sue emozioni, quindi negando il loro valore, ma preferendo affermare il valore dei concetti più razionali, avvalla le premesse per la riduzione delle nostre energie e quindi avvalla le premesse per la depressione.

Invece, affermando nell’arte giudizi che rappresentano esperienze reali primarie, noi esprimiamo un giudizio positivo su tali esperienze e quindi creiamo uno stimolo al riviverle.

Come dicevamo analoga funzione della rappresentazione artistica e verbale è l’azione ed il proprio operato.

Per il soggetto l’azione dovrebbe essere più importante della parola poiché essa esprime il giudizio attraverso un mezzo che consente la modifica di una realtà, non è la rappresentazione di un’astrazione concettuale. Tanto più energia e funzioni vengono investite nell’azione, tanto più si raggiungerà l’obiettivo del giudizio e quindi la soddisfazione. Quindi essa è la forma più importante della creazione rappresentativa.

La rappresentazione artistica di un giudizio che non stimola l’azione, viene chiamata nostalgia o melanconia.

E’ un momento in cui da una parte si sente il valore del giudizio, ma dall’altra non si ha la capacità di affermare tale giudizio con l’azione: si resta emozionati, ma passivi.

In questo caso preferiamo esaltare la tristezza alla reazione. Tristezza che è un momento essenziale per capire cosa ci sta succedendo e cosa ci manca, ma a cui una volta che lo si è capito, è meglio dare un taglio netto ed agire, rendendosi conto che la nostalgia e la melanconia, che l’arte spesso esalta come momenti da condividere, in verità sono soprattutto l’espressione di un narcisismo ed una debolezza che nasconde il vero problema.

Invece è meglio rendersi conto che finchè si lotta contro un problema e per un obiettivo, l’individuo non ha perso. Cioè, finché si lotta, la rappresentazione del nostro sé è la rappresentazione di un soggetto all’altezza della situazione, non c’è più posto né per la tristezza, né per la depressione.

La vita è sempre una rappresentazione di noi stessi e dalla quale, a seconda dei casi, traiamo o non traiamo energia. Questo vale fino alla fine, dove anche la morte può essere definita come il rapporto tra il soggetto e l’ultima rappresentazione del proprio sé, il che spiega atti di eroismo o di accettazione o di altri comportamenti che non avrebbero ragione su un piano oggettuale.

Evidentemente il non voler agire deriva dalla impossibilità di farlo, altrimenti agiremmo. Vuol dire cioè che ci rendiamo conto che le nostre energie non sono sufficienti per modificare la situazione e quindi esaltiamo contemporaneamente da una parte il valore della rappresentazione e del giudizio, dall’altra  la nostra passività di fronte ad essa.

E’ probabile che la cosiddetta nostalgia romantica, che ha caratterizzato la cultura occidentale con il nome di Romanticismo a partire dal diciottesimo secolo fino alla fine del diciannovesimo, e anche oltre, almeno nei suoi tratti più vistosi, sia la tristezza di fronte alla trasformazione di un mondo ed alla perdita dei suoi valori che erano legati ad una realtà più primaria e quindi più emotiva, trasformazione dovuta al sopravvenire di altri valori più razionali, scientifici e tecnologici a cui non era possibile opporsi e che trasformavano in modo subdolo ed inconscio la vita degli individui.

Era anche la sensazione di forze e concetti globalizzanti che cominciavano a strappare gli uomini dalla loro realtà affettiva e locale, realtà affettiva che era stata fino ad allora il loro valore, la loro base esistenziale, ma che lentamente diventavano più minacciati e annullati.

Valori che erano legati a rapporti soggettuali, con persone e cose che si conoscevano, la cui relazione si basava su uno scambio affettivo reale e non virtuale e non era, come invece sarebbe stato in seguito, il risultato di un mero scambio oggettuale di beni e servizi e di comunicazioni non emotive.

Oggi questi valori oggettuali aprono la porta a contatti più estesi e più rapidi con altre società ed altri gruppi, svolti soprattutto in funzione di acquisizioni quantitative, ma sono sempre meni i rapporti affettivi.

Queste valutazioni quantitative consentono e richiedono la velocizzazione degli scambi, dove la tecnologia permette di entrare in contatto rapidamente con persone ed ambienti prima sconosciuti e che rimangono tali su un piano affettivo.

La facilità di comunicazione consente più scambi quantitativi, ma riduce gli scambi affettivi. Questi, infatti, hanno bisogno di tempo, di lentezza, di dialogo, di vicinanza continua, di situazioni locali, di silenzio, limitati nella loro quantità, per poter essere sentiti ed approfonditi. La comunicazione rapida non consente rapporti umani qualitativi, quello che non è espresso quantitativamente e oggettivamente, è considerato un freno per la rapidità dell’informazione e per l’efficienza.

E la “nostalgia romantica” tipica di un’epoca, esprime l’angoscia per questa perdita crescente e per l’incapacità di opporvisi o la non volontà di opporvisi, l’incapacità di riconoscere con chiarezza che i valori oggettuali sono la causa di questa perdita. La nostalgia romantica fa coesistere contemporaneamente nell’individuo valori oggettuali e valori soggettuali rappresentanti due mondi, due modalità di vita tra cui l’individuo non sa scegliere, non ha la forza di scegliere.

Ma oggi, dopo più di due secoli di incertezze emotive, di nostalgia e di martellamento tecnologico e scientifico sembra che la scelta sia stata fatta: i valori sono quelli oggettuali, dell’utile, della oggettività, della razionalità. Il meglio oggi non sta più nel sentire, ma nell’avere. Quello che importa è quello che può essere contato, il resto è poesia, è appunto romanticismo, è passato: abbiamo buttato a mare una bella fetta della nostra umanità e continuiamo a farlo dato che il rapporto oggettuale verso quello che ci circonda continua ad eliminare sempre di più la parte emotiva dei nostri rapporti e quindi della nostra realtà umana.

Per cercare di invertire questa tendenza se mai abbiamo ancora nella nostra memoria più o meno inconscia il ricordo e la rappresentazione della forza dell’individuo prima di questa debacle, possiamo riprendere il concetto di soggetto e cercare di capire  che egli è il punto di partenza ed il punto di forza di ogni processo e di ogni sua scelta, soggetto che né la tecnologia, né la scienza possono scomporre perché sarà sempre un soggetto a decidere con maggiore o minore intelligenza di fare o di non fare questa operazione.

E possiamo anche accettare l’ipotesi di creare la “vita artificiale” creando un organismo che si metta a funzionare nel momento in cui noi mettiamo insieme questi elementi e potremmo anche dire di aver creato un essere vivente, ma quell’essere vivente non si svilupperà mai autonomamente con idee proprie se non sentirà di essere un soggetto e sarà sempre un nostro oggetto.

E lo stesso vale per noi: finché noi ci sentiamo solo formati dalle nostre componenti, o dipendenti da quello che ci circonda, noi non saremo i soggetti delle nostre scelte, né gli attivatori delle nostre funzioni.

Come abbiamo detto, sul piano esistenziale è il soggetto che agisce e sul piano esistenziale non c’è ragione di definire il soggetto in un altro modo che “soggetto”. Come dicevamo esso è l’elemento primario del nostro “sé” senza il quale “noi” non saremmo “noi” e senza il quale gli “oggetti” non esisterebbero in quanto oggetti.

E’ la premessa dell’esistenza del nostro sistema e della nostra inconoscibilità, poiché è proprio l’inconoscibilità della totalità di noi stessi la premessa della vitalità.

Infatti, finché noi cerchiamo di analizzare le componenti del nostro sistema, noi non troveremmo mai la ragione ultima per cui il “nostro” organismo si attiva.

Potremmo trovare le ragioni per cui una parte di noi si attiva e poi le ragioni di quella ragione e via dicendo, a ritroso, ma ad un certo punto ci fermeremo, il soggetto dirà “io sono perché sono! Io voglio perché voglio! Io sento perché sento!”. e lì si fermerà ed è lì che ha origine il suo concetto di soggetto, il senso della sua libertà e l’origine della sua vitalità.

Nel momento dell’analisi, fino a quando il soggetto esamina le sue componenti, il soggetto non vive la sua funzione e le sue emozioni. Può esaminare, analizzare, scomporre la sua funzione o quella di un altro, ma così facendo non la attiverà mai. Anzi, tanto più analizzerà le sue funzioni, tanto meno sarà attivo. Si può analizzare le componenti e l’origine della vita ma non si può analizzare l’origine della vitalità sentita in quanto tale. Quando dedichiamo la nostra energia all’analisi, noi la sottraiamo alla creatività.

Rimarrà certamente la soggettività e l’emozione del soggetto che vuole analizzare quel processo, ma se poi continuiamo in un’analisi sempre più spinta delle componenti oggettuali della nostra soggettività, noi la ridurremo sempre di più. Ed infatti, i metodi di indagine scientifica “oggettuale” consentono di identificare sempre di più le componenti oggettive della nostra fisiologia, dando un valore sempre più oggettuale alle sue funzioni, ma tanto più noi ci sentiamo il risultato di quelle funzioni, tanto meno le considereremo come il risultato della nostra vitalità e delle nostre emozioni.

In noi si restringerà il campo delle emozioni e quindi si restringerà sempre di più il campo della nostra vitalità.

Per recuperare la nostra vitalità, dovremmo cercare di riproporci il più possibile l’uso delle nostre funzioni mentali, emotive e fisiche che ricreeranno così la sensazione della nostra vitalità e ricreeranno lo stimolo attraverso il rapporto emotivo con il mondo che ci circonda riconoscendolo il più possibile come soggetto e formato da soggetti.

Finché il soggetto analizzerà le componenti della sua vitalità, perderà la spinta dell’emotività soggettuale. Il soggetto è vivo solo se si sente vivo. Finché interpreterà se stesso da un punto di vista oggettuale, egli rinuncerà alla sensazione ed alla rappresentazione della sua vitalità a favore dell’analisi, rinuncerà a sentire il senso dell’assoluto a favore del relativo, rinuncerà alle emozioni e ai sentimenti a favore dell’utile e del calcolo perdendo il senso della bellezza. Analisi, relatività e utile sono tutti elementi essenziali per la sopravvivenza, ma non sono gli elementi che portano alla creatività, alla progettualità nuova, allo slancio emotivo. Se ci si arrocca pensando solo alla sopravvivenza, alla difesa, al risparmio, si vive in una situazione statica, ma una situazione statica non dura molto poiché non si rigenera e non cresce per affrontare il movimento della vita.

E’ solo attraverso la relazione e lo stimolo che ci viene dalle cose sentite come “vive” e come “belle” che noi, attraverso l’emozione, sentiamo crescere in noi le energie e ricreiamo nuove energie, necessarie per attivarci in una progettualità continua con gli altri e necessarie per il circolo crescente della vita.

In questo punto, e forse anche in altri momenti di questo scritto, andrebbe inserita una poesia, un canto, un sentimento, il ricordo di uno slancio emozionato, uno sforzo fisico che ci dia la sensazione dei nostri muscoli, la visione del sole o il respiro dell’aria, di un bosco, l’unirci agli altri: …..l’elenco è infinito.

Potremmo chiamare tutto questo antiriduzionismo che sul piano psicologico significa ottimismo, antidepressione e creatività e potremmo cominciare subito questo cammino, senza dimenticare lo sforzo che abbiamo fatto per capire l’importanza di questa rinascita. Riportandoci attraverso un circolo virtuoso e con approssimazioni successive, forse lente, ad un tipo diverso di relazionalità in cui, grazie alla soggettualità, la competitività tenda ad essere sostituita da una maggiore fiducia negli altri, riducendo quindi il bisogno dell’”utile, consentendoci così una maggiore vitalità, dove la conoscenza spasmodicamente analitica, venga sostituita da una sensazione più olistica della realtà, grazie all’accettazione dei nostri limiti dei quali, avendo rafforzato la nostra identità e la nostra solidarietà, avremo meno paura.

Se la vita può essere tale solo se cresce, essa esiste solo se ha vitalità.

La situazione statica senza emozioni non alimenta la nostra energia, poiché in questo caso la rappresentazione della nostra energia, non è la rappresentazione di una creatività futura, ma di un risparmio.

La vita, in una situazione di non investimento energetico e creativo, in assenza cioè di funzionalità e quindi di vitalità, non può continuare, si atrofizza.

D’altra parte, come dicevamo, per attivare le nostre funzioni, non possono prescindere dall’esistenza di un soggetto, non possono prescindere nemmeno dal senso di “assoluto” o di “non relativo”, cioè di non conoscibile e poiché la vitalità non può prescindere dalle emozioni anch’essa non può esistere senza il senso di assoluto, per cui l’oggettualità, che è il momento del relativo, esclude il concetto di vitalità.

O meglio, poiché ogni rapporto del soggetto può essere soltanto emotivo, significa che anche il momento oggettualizzante è un momento emotivo, ma rappresenta il momento con minore vitalità: è il momento del pessimismo circa il valore delle nostre funzioni che si trasforma nella fede per le protesi tecnologiche che le sostituiscono e a cui cerchiamo di affidarci sempre di più. E’ il momento dello sfruttamento degli altri e del mondo in generale, sentiti come oggetti e che ci consente di evitare lo sforzo ma anche il beneficio dello slancio energetico e vitale.

E’ il momento escrementale del sistema soggettuale, forse necessario per una futura comprensione di quello che è “meglio”.

Fase evolutiva della specie che, attraverso la creazione di questo momento, riuscirà forse nuovamente a rivalutare il momento soggettualizzante attraverso un’ottica più creativa e più fiduciosa verso il senso e la forza del proprio sé e finalmente capace della comprensione dei propri valori e quindi anche dell’importanza della vita del mondo circostante dal quale le nostre emozioni e i nostri valori dipendono.

Oppure, forse, è l’espressione di una fase involutiva e di auto-distruzione della specie umana, fase necessaria all’evoluzione di un sistema più ampio che non ci è dato conoscere perché esterno al nostro.

Oramai, con la scoperta degli elementi che costituiscono la vita, è finita l’era della spontaneità. Non è possibile non tener conto di questo.

E’ o dovrebbe essere l’Era della Consapevolezza.

Per non essere travolti da queste scoperte tecnologiche, abbiamo bisogno di ricorrere all’intelligenza. Dobbiamo capire che l’uso della conoscenza oggettiva e riduttiva, che è stata utile per una certa era dello sviluppo e delle problematiche dell’umanità, deve fermarsi quando cerca di capire le premesse del suo sistema, altrimenti così facendo ne annulla le basi esistenziali ed emotive senza le quali il sistema non si regge.

Componenti del sistema esistenziale

Poiché, come abbiamo detto, la relazionalità soggettuale si esplica nel rapporto con altri diversi da sé, tanto più essa avrà modo di esplicarsi, tanto più si creeranno emozioni che alimentano le funzioni, la vitalità e quindi la vita.

Poichè anche la diversità di quello che ci circonda, come massima possibilità di creare relazioni, rappresenta un elemento necessario alla vita, vediamo che il soggetto, con la sua soggettività e la sua soggettualità è il centro di un sistema esistenziale di valori che abbraccia le emozioni, le funzioni, la relazionalità, la diversità e la propria energia, tutte parti di questo sistema che non può essere scisso nelle sue componenti e dove tutte queste componenti agiscono insieme e sono essenziali le une alle altre e che possiamo chiamare vitalità.

Questi elementi perché funzionino vanno sentiti contemporaneamente vanno sentiti come prodotti dal soggetto e devono dare nello stesso momento una sensazione esistenziale di apertura, di progettualità, di legame, di forza, di gioia, di ottimismo, di assoluto.

Se la combinazione di questi elementi non è contemporanea, in un’unica sintesi, se questi elementi vengono usati e valutati uno alla volta, non si produce vita. Non si crea vita, perché la vita non è nessuno di questi elementi presi isolatamente, ma è qualcosa di nuovo che sgorga dalla combinazione di questi elementi. Questi elementi messi insieme creano se stessi.

Processo creativo che non è il risultato di una scoperta scientifica, ma è la sensazione di se stesso.

La scienza potrà studiarne le modalità, ma la creatività, per essere tale, deve essere un’emozione attivante del soggetto in quanto tale, e solo questo.

D’altronde per interpretare e strutturare il sistema, se non si parte dall’ipotesi che il soggetto è la premessa di tutto, tutto crolla come un castello di carte, resta un vuoto esistenziale dove noi perdiamo la capacità di creare e di conseguenza tendiamo a lasciar morire noi e le cose intono a noi. Si perdono le emozioni, la progettualità, l’energia, la gioia, le funzioni e la relazionalità poiché tutte queste cose hanno bisogno di un soggetto.

Ed il soggetto, per attivare le sue funzioni, deve sentire con forza di esistere, deve provare emozioni, grazie ad un modo diversificato e profondo, sentito come vivo; funzioni che per esplicarsi hanno bisogno di energia e che più si attivano più creano vita, cioè creano nuova energia per il soggetto. Questa è la ruota della vitalità di cui la vita è il risultato e che consente al soggetto di muoversi e crescere da un equilibrio all’altro.

Quindi, componenti e collegamenti di cui, se vogliamo viverne il beneficio, non dobbiamo chiederci il perché o capire di cosa sono fatti, poiché questo implicherebbe il passaggio al momento oggettuale che tenderebbe alla rinuncia della soggettività del soggetto.

Queste componenti della nostra vitalità sono tutte valori per il soggetto, per noi, non soltanto sul piano teorico in quanto parti del nostro sistema, ma anche valori in sé, tutte le volte che li sentiamo. Per cui la soggettualità è meglio dell’oggettualità, le emozioni sono meglio dell’apatia, la relazionalità è meglio dell’isolamente, la nostra energia è meglio della sua mancanza, la diversità è meglio della monotonia o della monocultura e investire le nostre funzioni mentali, fisiche ed emotive è meglio che risparmiarle o delegarle ad altri o a meccanismi esterni.

Questo concetto di “meglio” relativo a queste componenti della vita e alla emozione di queste componenti non deve avere altre spiegazioni che non stiano nel sentirlo e che non dobbiamo cercare di capire se vogliamo sentirle, e questo “meglio” va sentito e definito come un “a priori esistenziale”.

Questi valori, essendo collegati tra loro, si stimolano a vicenda, per cui sentire un valore trascina e stimola gli altri.

Tutti questi valori, come dicevamo, sono un punto di riferimento teorico a cui bisogna tendere e cercare di ritrovarli con la nostra ragione e con l’analisi della nostra esperienza per cercare di recuperarli tutte le volte che li perdiamo nella pratica.

Ma sono anche valori in cui da sentire come sacri perché sono dei valori assoluti come quelli della religione e come ci insegnavano le religioni dei popoli “primitivi”. Questi valori, su un piano teorico e razionale, possono essere considerati elementi oggettivi di una scelta per stare meglio, quindi relativi, e la cui funzione è importante conoscere, perché sapendo che questi sono valori che hanno una base logica si è spinti a sentirli anche nella pratica.

Così come i fedeli che sentono il valore della divinità hanno anche bisogno di pensare che c’è una dimostrazione razionale parallela alla loro fede.

Quando questi valori sono vissuti nella pratica, perdono il loro significato di confronto con qualcos’altro per acquisire il senso del valore in sé, vissuto, intuitivo, che non ha più bisogno di essere dimostrato, valori etici o estetici, come fini del nostro modo di sentire ed agire, elementi che in quel momento sono tutta la nostra vita.

Come dicevamo, un organismo che non sa crescere e non sa creare, che cioè ha scarsa vitalità, non ha la forza per superare le difficoltà, e avendo perso il senso del meglio non ha la forza di rappresentarsi soluzioni nuove per affrontare le situazioni nuove e per ricreare nuova energia, anche in forme diverse dalle precedenti, per cui, quando avrà esaurito le riserve, morirà. Tenderà nel frattempo alla depressione, dove sentirà le proprie energie bloccate senza saper dare loro un obiettivo, tenderà a sentire intono a sé un mondo di oggetti senza vita, non riuscirà a rappresentarsi la vita intorno a sé, non potrà sentire intorno a sé soggetti che gli diano la possibilità di un dialogo, variato, emotivo, profondo. Soggetti che trasmettano intono a loro tutte le variazioni possibili del loro animo e che le attivino dentro di loro e ne creino altre; infatti la relazionalità non è la somma di due pensieri o di due azioni: è un nuovo concetto, è la premessa di un fatto nuovo mentale, emotivo e fisico che prima non esisteva.

E nella relazionalità noi non aggiungiamo semplicemente qualcosa a noi stessi: noi trasformiamo continuamente noi stessi, in ogni relazione, noi non siamo più quelli di prima perché aggiungendo un elemento nuovo alla base dove risiede la nostra esperienza l’avremo modificata con una nuova sintesi e grazie all’energia della nostra vitalità, avremo creato un organismo nuovo.

E’ nel dialogo tra due persone o con situazioni nuove che vengono nuove idee, premesse di nuove azioni.

La vitalità è uno stato d’animo, è un meccanismo biologico sentito dagli animali, dalle piante, dagli insetti, che si relazionano tra di loro, che vivono  in gruppi, che comunicano in continuazione in tutti i modi possibili, consci e non consci, fisici o mentali, intensi e meno intensi, emotivi o razionali, amorevoli o aggressivi, che si aiutano, che si difendono e si fecondano, che uccidono per vivere, forti del proprio sé, che approfittano dell’ambiente, delle stagioni, usano i colori, gli odori, i suoni, per crescere, per godere, trascinati dalle loro emozioni, in un intreccio  infinito di elementi che attirano, che stimolano, che si comunicano in continuazione l’esistenza di qualcosa di nuovo che non conoscevano.

Senza la vitalità di tutto questo, la vita non ci sarebbe mai stata.

E l’uomo non avrebbe potuto partecipare a questo processo che anche lui inizialmente sentiva con forza ed emozione come tutti gli altri esseri viventi, in un legame con la vita e con il mondo intono a lui, che lo portavano ad amarlo e adorarlo nelle sue varie espressioni: sole, terra, venti, acqua, astri, piante, fuoco, la sessualità e i propri sentimenti anche loro deificati,… che sono l’espressione di divinità poiché espressioni di momenti o forze sentite come fondanti e quindi come superiori e sacre.

Mentre invece, l’attuale concetto metafisico di divinità, posto al di fuori del nostro sistema esistenziale, oltre ad essere un assurdo perché assurdo è per qualunque soggetto ipotizzare qualcosa al di fuori del proprio sistema, porta anche a smorzare un po’ alla volta questo legame con il mondo e la vita che tende a spegnersi, oppresso dalle difficoltà, ma anche da questa idealizzazione di divinità monoteistiche, evanescenti e al di fuori del mondo, incapaci di fargli sentire questo mondo, se non a condizione di una loro benevola concessione e solo a condizione che l’uomo rinunci a sentirsi soggetto e a viverlo come qualcosa di suo, promettendogli in cambio una polizza di assicurazione sulla vita quando questa non ci sarà più.

O castrati da una visione sempre più mirante alla parte utilitaristica di quanto lo circonda, trovando nel riduzionismo della conoscenza scientifica e dell’economia la giustificazione per eliminare una relazione emotiva con il mondo e con la vita ed esaltando tutti i possibili mezzi tecnologici che gli consentono di  farsi sostituire in tutte le sue funzioni, evitando così di viverle  e di vivere.

Se la vita alla sua comparsa sulla terra non fosse stata sentita come fine ma solo come mezzo e come oggetto, sarebbe morta subito, dopo il primo tentativo. Ed è quello che sta succedendo oggi dove l’uomo che è il soggetto più potente e che vuole scoprire i meccanismi della vita, sente la vita intorno a sé come mezzo e non come fine, e conoscendo e trattando come oggetti i meccanismi più profondi della vita, perde la vitalità e fa morire la vita.

Quindi, se si vuole che la vita esista intorno a noi, non basta “proteggerla”, perché proteggerla significa tenerla per poterla usare.

Bisogna fare di più, bisogna crearla, bisogna essere partecipi del processo della vitalità, che va “oltre”, partecipi dell’emozione vitale della relazionalità con tutto il resto sentito come vivo, come soggetto.

Sentendo che questa vitalità è il momento più arricchente della nostra soggettività a cui tutto il resto è subordinato.

E’ il momento che ci dà la massima soddisfazione e la massima gioia. Dove noi sentiamo la forza che ci viene quando sentiamo con forza quello che sentiamo.

Non è il momento della costruzione: è il momento della creatività, il cui obiettivo è soltanto la creatività stessa. E’ il momento in cui la nostra soggettività non è il risultato di qualcosa, ma è la premessa di tutto.

E’ il momento dell’apertura emotiva, dove attingeremo energia e che produrrà energia.

E’ il momento a cui fare riferimento quando la depressione o la melanconia romantica, con la sua idealizzazione di quello che non c’è più e l’accettazione di quello che si sta sfaldando, ci darà il segnale che l’oggettualità sta prendendo il sopravvento e stiamo perdendo la nostra vitalità.

E’ il momento a cui tendere dopo aver vissuto la fase transitoria dell’analisi e dell’utile, esperienza di cui avremo sempre meno bisogno, mano a mano che sentiremo che siamo contornati e relazionati con soggetti vivi e uguali a noi e che a loro volta ci sentiranno uguali a loro, quindi legati da un rapporto emotivo e solidale.

Momento in cui dobbiamo riconoscere che tutto questo è meglio, se accettiamo la premessa che vivere è meglio di morire.

 

 

Pubblicato in Interventi P. Imperiali

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