Previsioni nere per Copenhagen: prevalgono gli interessi sul futuro del pianeta

Clima, accordo al ribasso tra Stati Uniti e Cina. A Copenaghen non ci sarà intesa sui tagli alla CO2. Prevalgono gli interessi e i freni interni dei due colossi
dal nostro inviato Federico Rampini

SINGAPORE – Non ci sarà nessun accordo sui tagli alle emissioni di CO2 al vertice di Copenaghen il mese prossimo. Il brutale declassamento di quel summit, molto atteso per la lotta al cambiamento climatico, è stato annunciato ieri in seguito a un accordo tra Stati Uniti e Cina. Tutto è accaduto a Singapore, ai margini del vertice delle nazioni dell’Asia-Pacifico (Apec).
Fuori programma, nel primo mattino di domenica qui a Singapore è stato organizzato un breakfast di lavoro tra i leader presenti per discutere dell’ambiente. E’ stato convocato d’urgenza il premier danese Lars Rasmussen, padrone di casa del summit sul clima che si terrà a Copenaghen dal 7 al 18 dicembre. Rasmussen è dovuto volare nottetempo qui in Asia per presentarsi nel ruolo di spettatore, e prendere atto che in Danimarca non sarà presa alcuna decisione. Anche l’obiettivo di ridurre del 50% le emissioni di anidride carbonica entro il 2050 è scomparso dal documento finale del vertice Apec, dove figurava inizialmente.
A diffondere la notizia per primo è stato un uomo della Casa Bianca. Michael Froman, esperto di economia internazionale al National Security Council e consigliere al seguito di Barack Obama, è emerso dal breakfast con l’annuncio. “C’è stata la constatazione da parte dei leader – ha detto Froman – che è irrealistico attendersi un accordo entro 22 giorni. Lo stato dei negoziati ha portato a escludere la possibilità di un’intesa in tempi così ravvicinati. Ma è importante che la conferenza di Copenaghen si tenga, sarà comunque un passo avanti”. Nei commenti trapelati a Singapore il summit di dicembre è già stato sminuito da alcuni capi di Stato come “un punto di partenza, non un punto di arrivo”.
Le difficoltà a raggiungere decisioni vincolanti entro dicembre erano già note, ma la bocciatura ufficiale è comunque un colpo duro. E’ stata cruciale l’intesa che si è formata lungo l’asse Washington-Pechino, e ha relegato in un ruolo marginale l’Unione europea. E’ sintomatico che l’annuncio sia venuto da una riunione dell’Asia-Pacifico, dalla quale ovviamente gli europei sono esclusi, e che Rasmussen sia stato costretto all’umiliante viaggio solo per “ricevere” la notizia confezionata da altri.
Fra Barack Obama e Hu Jintao la convergenza d’interessi in questo caso ha giocato al ribasso. Negli Stati Uniti il progetto di legge per imporre un tetto alle emissioni carboniche procede molto lentamente al Congresso. Da una parte la Camera e il Senato Usa hanno dovuto dare la priorità all’iter della riforma sanitaria. D’altra parte si sono scatenate le lobby industriali americane contrarie alla riforma sull’ambiente.
La Cina da parte sua ha sempre mantenuto una distanza dagli obiettivi di Kyoto che avrebbero dovuto essere aggiornati ed estesi a Copenaghen. La posizione ufficiale di Pechino, è che la riduzione delle emissioni carboniche spetta anzitutto ai paesi di più vecchia industrializzazione che hanno una responsabilità prevalente nel cambiamento climatico.
Anche se Pechino ha lanciato massicci investimenti nelle energie rinnovabili, i suoi dirigenti vogliono tenersi le mani libere su questo terreno, senza aderire ad accordi vincolanti. Anche perché temono che dalle nuove norme sulle emissioni di CO2 possa nascere il pretesto, negli Stati Uniti, per introdurre dei “dazi verdi” contro le importazioni da paesi che inquinano di più, dunque una forma di protezionismo ambientale contro il made in China.

(www.repubblica.it – 15 novembre 2009)

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