Costi del nucleare e l’occupazione con le fonti rinnovabili

Premessa
Il nucleare nell’Ue: Austria e Polonia hanno deciso di non avviare le loro centrali già costruite, Danimarca, Grecia, Norvegia e Irlanda hanno rinunciato alla loro costruzione, Germania, Belgio, Olanda, Spagna e Svezia hanno deciso di non costruire più centrali nucleari nel loro territorio.

8/10/2009 – Relazione di Laponche. L’8 ottobre a Novara vi è stata una manifestazione nella quale B. Laponche, ingegnere presso l’Ecole polytechnique di Parigi, Dottore in Fisica dei reattori nucleari, Dottore in Economia dell’energia, membro dell’associazione Global Chance, ha presentato una interessantissima relazione sulla scelta italiana sul nucleare da cui emergono alcuni dati eclatanti, seppure abbastanza noti. L’Italia, che non ha centrali nucleari in esercizio, consuma meno petrolio della Francia che di centrali ne ha 59 (!). A proposito dell’intento del nostro paese di liberarsi politicamente dalla dipendenza del petrolio, pur ipotizzando la costruzione di 10 centrali, e quindi un contributo del 27,6% alla rete elettrica (16.000 MWe su 58.000 MWe totali), il taglio al fabbisogno nazionale di questa fonte energetica tradizionale arriverebbe ad un misero 5,05%. Si ricorda, infatti, che le centrali nucleari servono solo per la produzione di energia elettrica che rappresenta il 18,3% della richiesta di energia globale che invece comprende i carburanti per i trasporti, l’uso del gasolio per il riscaldamento di abitazioni ed uffici, per la gran parte dei processi industriali, ecc.. E tutto questo fra 8-10 anni con un costo totale di 60-80 miliardi, da 3,7 a 5 punti del Pil.
L’Italia per i mancati adempimenti agli impegni presi con la firma del Protocollo di Kyoto, partendo dal 2008 e fino al 2012 pere non avere fatto nulla o quasi per diminuire le emissioni di CO2, accumula un grosso debito: per il 2008, al costo di € 47,6/sec (4.112.640 €/giorno), abbiamo già da pagare € 1.513.451.520. Se continuerà a sottovalutare il problema, il nostro paese nel 2020 si troverà un altro debito da pagare: quello nei confronti dell’Ue per non avere ridotto del 20% le emissioni di CO2 e per non avere aumentato del 20% il ricorso alle fonti rinnovabili.

I costi del nucleare
In generale il prezzo di vendita di un bene è formato da più fattori. Fatto salvo il dato derivante dalle rigide leggi della domanda e dell’offerta e trascurando in questa occasione il concetto di margine di contribuzione, si può sommariamente dire che il prezzo è sostanzialmente formato da costi diretti, costi indiretti, spese generali, o costi fissi, utile. Per meglio chiarire e molto sinteticamente, per costi diretti si intendono le retribuzioni del personale direttamente impegnato nel funzionamento della produzione di calore, più il costo del “combustibile” da utilizzabile (l’uranio), per costi indiretti quelli relativi alla mano d’opera per la manutenzione degli impianti, per spese generali (o costi fissi) i costi del personale amministrativo e commerciale, ammortamenti, tasse, marketing, ecc.. A tutti questi, nel caso proprio del nucleare, vanno pesantemente a sommarsi i costi esterni dell’energia, ovvero quei costi associati all’utilizzo di una fonte di energia, che non rientrano nei costi diretti, come la ricerca, il reperimento e il trasporto di combustibili, la costruzione e il costo d’esercizio di una centrale, il riciclaggio delle scorie, lo smantellamento della centrale stessa a fine esercizio, il deposito delle scorie e il loro eventuale riciclaggio, i controlli ambientali ed epidemiologici, i risarcimenti e spese per eventuali danni. Per quanto riguarda l’utile, la produzione essendo affidata dal pubblico al privato, è di tutta evidenza che è un elemento che non potrà mancare.
Ci soffermeremo ora, ma non a caso, solo su due voci:
Costi diretti. Costi del personale sul reattore: poiché delle centrali EPR da 1600 MWe che interessano l’Italia non si hanno ancora notizie perché la prima in Finlandia entrerà in funzione, forse, nel 2012, non sappiamo ancora quanti dipendenti saranno impegnati. Costi del “materiale”: per il “combustibile” uranio, decisamente non rinnovabile, ci affidiamo allo Studio del MIT di Boston del 2003, aggiornato nel maggio 2009: estrazione ad esaurimento tra 47-80 anni (a seconda della richiesta) con una lievitazione dei costi imprevedibile. Di certo si sa che dal 2001 al 2007 il prezzo è balzato da 7 $/lb ai 135 $/lb del 2007: quasi del 2000%!
Costi esterni. Costi di costruzione. Maggio 2009, sempre dal citato Studio del MIT di Boston, a proposito del costo di costruzione di una centrale nucleare apprendiamo che, il trend delle spese di costruzione delle centrali nucleari, come tutte le tipologie di grandi progetti di ingegneria, ha avuto un tasso di incremento annuo attorno al 15%: in soli 4 anni (dal 2003 al 2007) esso è raddoppiato, da 2000 $ a 4000 $ al KW! Parlando delle centrali di nostro interesse che sono da 1600 MW, prime al mondo, con reattore di IIIª generazione plus a tecnologia EPR della Areva, non possiamo che ricorrere alla esperienza della finlandese  Olkiluoto 3, la più avanzata in costruzione e che sarà pronta, forse, nel 2012. In forte ritardo nella consegna (doveva avvenire nel 2009) per i tanti problemi incontrati, ha già superato i 6 miliardi di € a fronte di un costo preventivato di 3,2 mld. A questo proposito, le previsione di costo presentate di recente dall’Enel (ottobre 2009) hanno lasciato molto perplessi coloro che scientificamente seguono la vicenda del nucleare in Italia.
Si parla, infatti, di un costo per le prime quattro centrali EPR da 1,60 GW di 4/4,5 miliardi di euro per ogni centrale. Un dato che si scontra clamorosamente non soltanto con i costi di Olkiluoto 3 da consegnare tra tre anni e già oltre i 6 miliardi di €, ma anche con le ultime quotazioni internazionali. La stessa Areva, la società francese dalla quale Enel compererà le centrali, ha predisposto un’offerta in Canada di 23,6 miliardi di dollari per due impianti dello stesso tipo. Cioè circa 7,8 miliardi di € ciascuna, esclusa la garanzia della copertura di eventuali innalzamenti dei prezzi, quella mancanza di garanzia che ha messo in ginocchio la compagnia francese nella realizzazione della già citata centrale finlandese di Olkiluoto 3. Altro dato che mette in mora quelli dell’Enel. In Turchia la russa Atomstroyexport ha perso una gara per avere proposto la produzione di elettricità nucleare all’esorbitante costo di 21,16 €cents per kWh, contro un prezzo medio di vendita nel Paese di 7,9 €cents per kWh.
Costi dello smantellamento (decommissioning). Qualcosa si sa della centrale di Caorso, chiusa nel 1987, in fase di decommissioning dal 2001, a tutt’oggi conta 130 dipendenti, è già costato 9 miliardi di €, se ne prevede la chiusura nel 2019. Il problema come si sa Da aggiungere, ci sono poi i costi dell’immagazzinamento delle scorie, un problema che è ancora molto lontano dalla soluzione. A ricordarcelo sono i siti, oltre quello di Caorso, della Casaccia a Roma e di Trino Vercellese. Sul piano delle stime registriamo che negli USA (7 centrali programmate, ma nessuna centrale in costruzione) molte compagnie elettriche attualmente stimano una media di 320 miloni di dollari per lo smantellamento totale di ogni reattore nelle centrali USA. Secondo un rapporto dell’OCSE del 2001, per i PWR occidentali (IIIª generazione), la maggior parte era $ 200-500/kWe. In Francia, lo smantellamento della Brennilis Nuclear Power Plant, un piccolo impianto da 70 MW, è già cosato circa 480 milioni di euro (20 volte quelli stimati) ed è ancora incompleto dopo 20 anni.

La bolletta “della luce”
Poiché l’energia nucleare ha solo la funzione di produrre energia elettrica, parliamo quindi del prezzo del Kwh che ci ritroveremo, quando e se faranno le centrali annunciate , nelle bollette “della luce”.
Dalle prime indiscrezioni a proposito delle quattro centrali nucleari che si vorrebbero costruire in Italia (entrata in funzione il 2020) lasciano perplessi i costi presentati dall’Enel. Infatti, fuori dai confini nazionali, i costi per la costruzione delle centrali risultano essere almeno doppi di quanto dichiarato dalla società elettrica. (Fonte: “Qualenergia”, Direttore scientifico, Gianni Silvestrini)
Il DOA, il Dipartimento dell’Energia degli USA, già nel 2004 diceva che il costo di 1 Kwh da fonte nucleare era di 6,13 cent. $, superiore a quello prodotto dalle altre fonti: 4,96 cent. $ da Gas naturale (metano); 5,05 cent. $ da eolico; 5,34 cent. $ da carbone. Nel 2009 lo stesso DOA ci comunica (Fonte: Greenpeace) che nuovo reattore nucleare ordinato oggi e che entrerà in funzione nel 2020 produrrà energia a 10,5 cent. $ per Kwh.
Domanda: quanto si dovrà pagare il Kwh del nucleare fra 8-10 anni, tempo minimo necessario per l’entrata in funzione, visto anche i costi vertiginosamente crescenti per l’acquisto dell’uranio? Si può concludere dicendo che una ipotetica concorrenza in futuro con l’energia elettrica ottenuta dalle vere fonti alternative, fotovoltaico in primis, potrà avvenire solo non conteggiando i costi della costruzione, dello smaltimento delle scorie, del riprocessamento delle barre, del decomissioning, della bonifica dei siti contaminati. Ma chi pagherebbe questi costi se non compariranno nelle bollette “della luce”? Certo non le imprese private che oggi si vorrebbero coinvolgere per aggirare formalmente l’esito dei tre referendum del 1987. Come sempre noi che siamo lo Stato, con la cartella delle tasse.
Il Rapporto Greenpeace e l’occupazione

Lo scenario globale circa l’occupazione si direbbe che, restando a quanto oggi si conosce, in un anno si avrebbero con le fonti non rinnovabili (carbone, gas, petrolio e nucleare) più quelle rinnovabili (sole, vento, acqua, geo) 9,1 milioni di posti di lavoro; in 10 anni 8,5  milioni, in 20 anni 8,6, 
Il prossimo 7 dicembre a Copenhagen si aprirà la 15ª conferenza ONU sui Cambiamenti Climatici (COP15) e sapremo se e quando saranno presi provvedimenti per abbattere le emissioni di GES (Gas Effetto Serra), in primis la CO2, nella guerra al Riscaldamento Globale. In altre parole, come sostituire le fonti energetiche fossili non rinnovabili, tenendo conto della crisi economico-finanziaria che tutti conosciamo e che ha già prodotto, e continua a produrre, disoccupazione e impoverimento generale.
In settembre Greenpeace  ha reso pubblico il Rapporto “Working for the Climate: Green Job [R]evolution”, steso in collaborazione con il Consiglio europeo per l’energia rinnovabile (Erec) nel quale si afferma che i posti di lavoro verdi nel settore dell’energia, ossia quelli che si otterrebbero puntando su fonti rinnovabili ed efficienza energetica, e conseguente graduale eliminazione e/o abbattimento di fonti, quali il carbone, il petrolio e il nucleare, «possono diventare, entro il 2030, 8 milioni  a livello globale » e in Italia «oltre 100 mila occupati nel solo settore dell’energia elettrica». Dopo avere registrato per il 2015 il picco più alto di emissioni, lo scenario, chiamato anche Rivoluzione Energetica, ne prevede il calo, purché siano raggiunti i seguenti obiettivi: riduzione di CO2 dal settore dell’energia del 40% rispetto ai livelli del 1990 e dell’80% entro il 2050. Affidandosi alle tecnologie esistenti (in futuro nuove e più efficaci potrebbero accelerare il processo virtuoso), grazie allo sviluppo delle fonti rinnovabili, in questo studio si prevede la creazione di due milioni di nuovi posti di lavoro entro il 2030 e un abbattimento di emissione della CO2 di 10 miliardi di tonnellate.
Sintetizzando i risultati, secondo il rapporto di Greenpeace, puntare su rinnovabili ed efficienza in Italia nel solo settore dell’energia elettrica, rispetto allo scenario di riferimento, significherebbe raggiungere tra un anno i 61 mila occupati (+ 7%), nel 2020 88 mila (+ 22%) e nel 2030 oltre 100 mila (+ 82%). Il 73 per cento dei lavoratori del settore sarebbe occupato nelle rinnovabili mentre per il 22 per cento si tratterebbe di nuovi posti di lavoro creati grazie agli investimenti in efficienza energetica. A questi numeri andrebbero aggiunti i lavoratori dell’indotto, valutabili nello stesso ordine di grandezza.

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